POEMA DI FORTUNATO, PRETE

Fortunato non è che l’ultimo dei poeti e si scusa per la pochezza del suo dire. Ma questo poema che si accinge a comporre è dovuto, è lo scioglimento di un voto a san Martino che lo ha miracolosamente guarito

vv 1- 49 Dopo che il Cristo, colui che troneggia nell’alto, fece ritorno al cielo, recando nella sua carne gloriosa i segni della vittoria, trionfante e splendido per le spoglie strappate al carcere infernale, lui che aveva sconfitto le leggi di morte del padrone degli inferi, lui che, nella sua potenza infinita, aveva frantumato le muraglie d’acciaio dello Stige69 e aveva strappato da quel luogo crudele – a migliaia!- una folla immersa in tenebre antiche, un esercito intero di prigionieri attraverso i battenti spalancati delle porte infernali, dicevo dunque, non appena fu risalito alle stelle e andò ad occupare il suo trono alla destra del padre70 , i miracoli da lui compiuti durante la sua esistenza terrena e rivelati dei libri evangelici, furono celebrati in lingua ebraica, e in greco, e in latino: un racconto in prosa, reso in una lingua quotidiana. Il primo, dunque, a cantare l’opera della divina maestà mettendola in versi e ad esporre nel suo carme l’ordinata successione degli eventi, fu Giovenco71 . Da qui si irradiarono le parole di un mirabile scrittore come Sedulio72 e, con linguaggio fiorito, Orienzio73 condensò i suoi brevi scritti. E Prudenzio74 , saggio e dotto, innalzò doni votivi ai pii martiri, raccontando la loro vita. Paolino75 , insigne per la sua fede e nobile di nascita e di cuore, espose coi suoi versi gli insegnamenti del maestro Martino. E Aratore attraversò, lui poeta dalla fertile parola, le vicende e gli atti degli apostoli, le loro gesta, insomma, come diciamo noi.76 Infine la successione dei santi eventi, già narrati dall’autore della Genesi, dal vescovo Alcimo77 è stata ripresa con straordinaria acutezza. 

La mia è una ben povera intelligenza e io non sono che una infima parte della cultura italica. La feccia mi zavorra, la mia parola vale poco, i miei ragionamenti sono lenti. E poi: spirito ottuso, tecnica scadente, scarsa pratica, parola impacciata mi costringono a qualche sorso appena al ruscello della grammatica. A me, che vorrei dissetarmi almeno un po’ al mare della retorica, la cote della critica è riuscita a ripulire ben poca ruggine78 . Ciò che un tempo avevo appreso, l’ho disimparato e di tanta scienza resta, nelle mie narici, soltanto il profumo. Addosso non mi risplende il laticlavio della pretesta e nemmeno la mantellina79 , mi resta soltanto, nella povertà del mio eloquio, un gran desiderio di fama. 

E dunque: circondato dalle vette di simile santa poesia, dai fiumi di tanta scienza, dai prati luminosi di tanta eloquenza, come potrò io, che non sono impreziosito da alcun fiore, intrecciare una ghirlanda e versare il mio povero assenzio in ruscelli di miele? E tuttavia a intraprendere questo lavoro, mi ha spinto quel famoso evento80 : altrimenti mi sarei reso colpevole di un grave fallo. È dunque una ragione importantissima a indurmi a tessere il panegirico del vescovo che è stato all’origine della mia venuta in questo paese. 

E allora sarò io degno di porre mano alle gesta del beato Martino generato dalla Pannonia, in cui risplende la luminosa Sabaria81 , e di raccontarle con la mia lingua balbuziente? Martino non ha certo bisogno delle mie oscurità, lui che brilla di luce folgorante, un faro che splende alto nelle Gallie e che spinge la sua luce fino all’India.

Alla porta di Amiens, durante un inverno rigidissimo, Martino, giovane soldato, spartisce il suo mantello con un povero, il quale si rivela essere il Cristo

vv 50- 67 Martino era ancora un ragazzo, appena entrato negli anni dell’adolescenza.82 In un inverno di freddo glaciale la terra induriva, come onda; la rigida stagione imbrigliava i marosi con un morso di ghiaccio ed era imprigionata e scomparsa anche la vagabonda libertà dei fiumi: la crosta di ghiaccio si faceva via via più spessa perché l’acqua, traendo da se stessa i suoi legami, diventava sempre più fredda, sotto la sua rigida tunica. 

Alla porta di Amiens gli si fece incontro un mendicante. Martino tagliò in due il suo mantello, unico riparo che gli era rimasto, ponendolo, segno di fervida fede, sul corpo intirizzito: un po’ di freddo in più per lui, un po’ di calore per il povero. Un unico, povero mantello è sufficiente per due: freddo e calore vengono ripartiti tra due poveri, freddo e calore diventano inconsueta merce di baratto. Ma, avvolto in quell’indumento, si rivelò il Creatore in persona: il mantello di Martino aveva rivestito il Cristo. Mai, alcuna veste imperiale aveva meritato tanto onore, il mantello bianco di un soldato vale più di una porpora di re. Così Martino ricevette l’acconto dei suoi poteri e il pegno dell’amore divino.

Martino rifiuta i donativi militari e vince una battaglia presentandosi inerme in prima linea

vv 68- 77 In seguito, nel periodo in cui barbari feroci aggredivano le frontiere della Gallia e nemici minacciosi premevano ai confini dei Vangioni83 , il santo rifiuta ogni donativo militare. A causa di ciò, Giuliano ribolle dell’ira terribile dei potenti: ordina che quel giusto sia rinchiuso e che all’indomani sia fatto avanzare a combattimento per primo. Il santo allora proclama che marcerà inerme davanti alla schiera. Giunge il momento della battaglia: il nemico chiede pace. La preghiera di un solo uomo spense il furore di una intera armata: solo, senza spargimento di sangue, Martino sconfisse un esercito immenso. 

Martino si imbatte in una banda di ladroni e converte il suo aguzzino

vv 78- 87 Decise, qualche tempo dopo, di attraversare le Alpi e andò a cadere in un covo di ladroni. Lo legarono con le mani dietro la schiena e uno lo trascinava. Ormai la morte era vicina ma ugualmente egli cercava il modo di essere utile al suo aguzzino. Martino gli chiede di poter pregare il suo dio e il ladrone prende a credere: voleva uccidere e ora già attinge salvezza dalla sua bocca. È proprio quell’uomo feroce, con addosso le catene della fede, ad essere rapito: il predone si fa spontaneamente preda di Martino. Pietoso lui con la sua vittima, ma quanto più forte l’amore di Martino per lui! Salvi entrambi e ben vivi: il ladrone nella fede e Martino nel corpo. Duplice salvezza: tutti e due si salvano, tutti e due vincono. 

Martino confonde il diavolo tentatore 

vv 88- 103 Poi Martino si trovò ad attraversare la bella regione di Milano, viandante che calcava campi in fiore e praterie verdeggianti. Si vide venire incontro l’antico, temerario nemico84 , che si celava sotto le false fattezze di un uomo. Ciarlatano, sleale, orditore di inganni: gli chiede dove stia andando. Martino gli si fa vicino e gli risponde che si sta affrettando alla meta che gli era stata indicata da Dio. Gli replica il malvagio nemico: «Ovunque tenterai di andare, ti verrò dietro cercando di recarti danno e di ostacolare i tuoi progetti ». Pronta la risposta di Martino che parla con la voce del profeta: «Il signore è il mio aiuto, nessun male mi farà paura. Non avrò a temere chi teme, perché è Dio che io temo, la difesa di coloro che temono. Guidato dall’alto, io procedo sicuro tra i pericoli. Nessuno potrà tendere agguati a chi è sotto la protezione divina »85. Questa la sua risposta e il diavolo, trafitto dalla punta di una parola tanto efficace, si allontana. Così si ritira l’apparizione davanti a colui sul quale Dio proietta la sua ombra.86 

Martino converte sua madre 

vv 104- 107 In quel periodo Martino sciolse sua madre dall’errore del paganesimo: essa lo aveva generato alla vita terrena, lui la generò alla vita celeste. Una vecchia logora che rinasce nel fiume della grazia, una madre rigenerata in un più puro ventre ad opera delle sue stesse viscere.87 

Martino, nella sua lotta all’arianesimo, viene torturato ma sopporta ogni supplizio 

vv 108- 122 La dottrina che Ario aveva diffuso con la sua bocca sacrilega aveva devastato il mondo intero, simile a uragano furioso.88 Il naufragio aveva travolto soprattutto l’Illirico89 , sotto l’imperversare di quelle parole eversive. Anche da qui sorsero per il giusto nuove battaglie che resero più valoroso quel guerriero rinnovando le sue armi e rendendolo pronto, attraverso tanti pericoli, alla battaglia della fede. Quell’eroe della pietà, di spirito acuto, fedele campione della fede, nella sua lotta contro il nemico per arrestare l’espandersi dei veleni dell’eresia, fu straziato dalle torture, flagellato, cacciato dalla città 90. Sotto tortura proclama che il Padre, il Figlio e lo Spirito sono della stessa sostanza, sono della stessa natura, dello stesso genere, specie, potere, luce e dignità. E che la loro volontà è unica distinta in tre persone. Duri flagelli mordono la fragile carne dell’eroe e tormenti degni di un veterano lacerano la recluta del Cristo. E tuttavia il supplizio più grave diventa sopportabile nel nome di Colui che ama91 . 

Ilario di Poitiers, campione della lotta all’arianesimo 

vv 123- 145 Ilario92 , vetta suprema della fede, del valore e della dignità ecclesiale, irradiava sul mondo i dardi della sua fama e reggeva, con la forza del magistero sacerdotale, le regole basilari della Chiesa. Lui, terribile buccina di guerra, tromba della legge, araldo del Dio tonante; più bello dell’ambra, più luminoso dell’oro fuso tre volte, più largo del Po, più tumultuoso del grande Rodano, più fertile del Nilo, più esteso del generoso Danubio; pronto a riversare i flutti traboccanti del suo cuore, a irrorare le anime assetate alle fonti del suo pensiero -intelligenza ricolma dei quattro libri evangelici-, a far sgorgare sul mondo con la sua parola quei quattro nuovi fiumi; straordinario ornamento della Chiesa, diadema fiammeggiante e fulgido, tra le membra del Cristo, come la benda sul suo capo; animo combattivo, eloquenza dura come il topazio, spirito che nessun nemico poteva scuotere e distogliere dalla lotta per la fede, eloquio prezioso come le perle, parola più brillante delle gemme; dottore apostolico, capace di inficiare ogni ragionamento dei sofisti, educatore di discepoli grazie alla sua dottrina e alla luce della sua fede e della sua virtù: era dunque un ostacolo insormontabile per i suoi nemici i quali lo esiliarono nella lontana Seleucia93 dove il soldato di Cristo ottenne, con l’aiuto del suo Re, la ricompensa che gli spettava. Ma durante la sua lontananza la Gallia, abbandonata a se stessa, cede all’eresia e l’intero paese, squassato da una simile macchina da guerra, vacilla. 

Vicissitudini di Martino a Milano e nell’isola di Gallinaria 

vv 146- 154 Martino ne venne a conoscenza e subito andò a stabilire il suo eremitaggio sotto le mura di Milano, ma da qui fu scacciato da Aussenzio94 , malvagio fautore dell’eresia. Allora il santo esule raggiunse il luogo in cui si innalza Gallinaria95 : isola priva di qualsiasi coltura, in grado di offrire, come nutrimento, solo radici ed erba. Fu così che, di lì a poco, Martino mangiò il velenoso elleboro: l’alimento dal quale aveva creduto di trarre di che sopravvivere, cominciò ad ucciderlo. Ma bastò una sua preghiera a rendere innocuo quell’orribile veleno: la vita riprese in lui mentre moriva ciò che stava per causare la sua morte. 

Martino fonda un monastero e opera prodigi: desta un catecumeno dal sonno della morte 

vv 155- 178 Quando ad Ilario fu di nuova concessa la possibilità di tornare, Martino, il giusto, si affrettò a correre sulle sue tracce. Ilario accoglie con affetto quel discepolo tanto affettuoso, con amore quel discepolo innamorato96 . Martino fonda un monastero vicino alla città di Poitiers97 e subito si accompagna a lui un catecumeno che vuole apprendere dalle sue sante parole, ma durante un’assenza di Martino, una orribile morte gli strappò il compagno. Martino -alla sua assenza era imputabile la morte- fa immediato ritorno: torna l’amore e, insieme, un pegno di vita. Appena vede il corpo reso di ghiaccio dalla febbre, prende a piangere, a lamentarsi, a gemere, a urlare. Gli corre vicino, si sente bruciare dall’angoscia: raccogliendo la sua fede, ordina a tutti di uscire dalla cella, li manda fuori, oltre le porte. Resta solo, senza testimoni. Allora, infiammato d’amore, si stende sul corpo ghiacciato; ordina, in nome del Giudice, che il Tartaro rigetti il defunto. Indugia così per due ore, ed ecco tornare l’aspetto esteriore, gli umori vitali prendono a circolare nel corpo, le gote si arrossano e le pupille tornano a colorare gli occhi, tornano le facoltà visive, torna a vedere. Il sangue scorre e le vene si gonfiano al rianimarsi del cuore. Lo scheletro ancora vacilla ma poco a poco il corpo si raddrizza e, insieme al suo ospite, risorge dalla prostrazione tutto il monastero. Il catecumeno rinasce da se stesso, ad un tempo padre ed erede. Tornato alla vita98 , riferisce di essere stato condotto davanti al tribunale divino per essere condannato, ma le preghiere di Martino lo avevano riportato indietro. 

Altro prodigio: Martino resuscita una schiavo di Lupicino 

vv 179- 201 Martino stava attraversando, con passo veloce, il fondo di Lupicino99 quando apprende che uno schiavo, ahimè, è morto di una morte terribile: si era impiccato come una bestia, spezzandosi il collo. Entra nel luogo dove, preda della morte, giaceva l’infelice impiccato. Manda fuori tutti e, una volta rimasto solo, ricorre alle consuete armi: si stende sopra le livide membra del cadavere, lo stringe con l’arca del suo sacro corpo, perché non sia l’arca del sepolcro a stringerlo. Non appena le sue preghiere raggiungono l’orecchio del Dio che è fonte di vita, la Morte volge indietro il suo piede, prende a fuggire, abbandona la preda. La Vorace, rigetta il bottino dalla bocca sempre affamata. Il morto, con sforzo protratto, si raddrizza: era già polvere e ora si solleva100 , si muove, si rianima grazie al calore vitale, alza il suo fragile collo e le palpebre rese pesanti dal sonno della morte, a fatica schiude gli occhi, svegli sì, ma lo sguardo è ancora torpido. Nelle sue narici persiste il tanfo della morte. Ma, ecco, a sostenerlo, la mano di Martino: raddrizza tutte le membra e lo scheletro rimane saldo, sui piedi ormai rinfrancati. Rinasce e, con la forza della sua mente, reimpara a camminare. Vuole ringraziare il santo per avergli donato la vita e cerca di accompagnarlo al vestibolo della casa, lui che dalla porta della morte, già defunto, è stato appena strappato. Il giusto riceve questo premio come ricompensa. Gloria a te, o Cristo, che operi questi miracoli nel mondo. 

Con uno stratagemma Martino viene fatto uscire dal suo monastero. Viene eletto vescovo e fonda un nuovo monastero 

vv 202- 222 Accadde che gli abitanti di Tour lo reclamassero come loro vescovo101 , ma non c’era modo di indurlo a oltrepassare la soglia della sua cella. Allora un tale di nome Rusticio finse che sua moglie avesse la febbre e lo pregò: ottenne che il santo lo seguisse. Da ogni città accorrono sempre nuove folle, ripiene di gioia per quella loro santa preda, ben attente a tenerlo sotto custodia, perché quel giusto non abbia a fuggire102. Anche se qualcuno gli è contrario, l’innocente viene ugualmente eletto. Lo trascinano, viene consacrato, prende possesso del seggio episcopale. Ad avversarlo c’era soprattutto un vescovo, Defensore, che voleva impedire al pastore di allevare il suo gregge. Ma il giudizio del Signore non si fece attendere: Defensore si riconobbe nel versetto di un salmo, intonato da un lettore: «La bocca dei fanciulli e dei lattanti canta la tua gloria immensa, tu che sai così bene confondere il difensore103 ». A quel segnale favorevole che indicava l’errore di Defensore, le acclamazioni della folla si alzano fino al cielo, le grida si spandono ovunque e riempiono la chiesa. Defensore riconosce da solo il proprio sbaglio, grazie alla testimonianza del profeta. Successivamente Martino costruì, al riparo di un’alta rupe, un monastero secondo le sue intenzioni, volendo persistere, pur nella pienezza del suo ruolo episcopale, nella condizione di monaco. Lì convergono numerosi -a sciami- santi monaci.104 

Martino pone fine al culto di un falso martire 

vv 223- 234 Nei dintorni c’era un luogo da tempo molto frequentato. Una questione ormai antica, dati i molti anni trascorsi: ormai era diffusa la fama che lì si venerasse un santo martire. Ma il giorno in cui il santo si mise a pregare vicino al tumulo, un fantasma si levò dalla parte sinistra del sepolcro, una apparizione così cupa che già senza parlare esprimeva chi in realtà fosse. Martino gli intima di dire il suo nome e quale sia stata la sua vita. Il fantasma risponde che è un ladrone, giustiziato per i suoi crimini, e che nulla ha in comune con i santi martiri ai quali è riservata la palma, mentre a lui era toccato un ben tristo supplizio. Tutti odono, ma solo Martino vede: dopo tale responso, viene vietato quel culto superstizioso. L’altare è distrutto e il fantasma messo in fuga. 

Martino impedisce un funerale pagano 

vv 235- 248 Un giorno si mise per strada. Si imbatté nel funerale di un pagano e nel corteo che devotamente la accompagnava. Martino pensa che si tratti del trasferimento di idoli per una cerimonia pagana e subito traccia all’indirizzo del corteo un segno di croce. E la croce, segnale della fede, corre avanti Martino, preannunciando la sua lotta. La folla davanti a lui procede con passo torpido, si blocca, si irrigidisce; poi, come rapita da un vortice prende a girare su stessa. Il fardello che essi portano aumenta sempre più e sono costretti a deporre dalle loro spalle il cadavere: non riescono proprio a reggerlo e il peso del morto continua a crescere. Solo ora il santo si rende conto che si tratta di un funerale: alzando le mani una seconda volta nel segno della croce, intima che si allontanino. Quel segno, nato dalla sua grande pietà, aveva arrestato il corteo, quello stesso segno ora lo libera: i suoi ordini attraversano lo spazio inviati dalla stessa mano. Ed era stato un sospetto a spingere il vescovo ad operare quel prodigio. 

Martino sventa prodigiosamente il pericolo di un albero che si abbatte su di lui 

vv 249- 279 In seguito concepì il progetto di bruciare un antico tempio pagano. Impartì l’ordine di abbattere anche un pino che vi era addossato. Ma ecco farglisi contro un folto gruppo di contadini deciso a lottare per impedire che venga tagliata una pianta nata per il fuoco e ad esso votata105. Alla fine accettano che l’albero sia abbattuto, alla condizione, però, che Martino riesca a trattenerlo mentre cade. La folla è d’accordo, il vescovo si impegna senza esitare. Le sue fragili membra vengono portate sotto il tronco massiccio: tutti guardano in alto aspettando la rovinosa caduta del pino. Rimbomba l’albero, sottoposto ai veloci colpi delle bipenni, scricchiola il tronco, oscilla la cima, sta per cadere. Sconfitto dalla scure, si inclina e poi comincia la sua rovinosa caduta. In preda all’angoscia, i monaci osservano gli ultimi istanti del loro maestro, convinti che i rami stiano per trafiggere il corpo del giusto. Martino, al contrario, resta immobile, intrepido, opponendo al crollo del pino l’arma della croce per aggiungere quel trionfo alla sua lotta. L’albero sta già per cadere ed eccolo arrestare nell’aria, ben distante, la sua caduta: teme Martino, lo fugge, riprende la sua posizione, torna com’era prima. Anzi, ributta indietro rami e foglie in direzione opposta e trattiene, contro ogni legge fisica, la sua caduta, librandosi nel vuoto. Tagliato e inarcato al contrario di come la natura vuole, si indirizza in direzione opposta a quella che il suo peso lo obbligherebbe a prendere. E poi un furioso vortice lo rivolge contro i contadini: il pino rimbalza contro il declivio, per punire con terribile vendetta i nemici: strumento previsto per dare la morte, diviene strumento di castigo, proiettato verso la salvezza. Clamori sorgono da una parte e dall’altra: i monaci piangono per la gioia, i pagani sbigottiti da quell’inatteso prodigio, impallidiscono. La volontà di questi uomini ormai è mutata: essi chiedono l’arma della croce, abiurano al loro errore, si convertono. L’orrore, in loro nato a causa del pino, li porta all’amore per Martino. È dopo essere stato abbattuto che quell’albero ha prodotto i suoi frutti migliori. 

Martino spegne un grande incendio da lui stesso appiccato per distruggere un tempio 

vv 280- 298 Poi ordina di appiccare il fuoco al fastigio di un altro tempio, ma le lingue di fuoco prendono a divorare una casa vicina. Le fiamme avanzano prepotenti, senza che nulla le possa frenare. Lui stesso, allora, vola in direzione del globo di fuoco, sale sul tetto della casa, da qui comincia a pregare. Subito l’incendio muta direzione, prende ad infuriare contro i venti: l’ardente Vulcano soffia contro Borea. Elementi tra loro affini si ribellano l’uno all’altro, si fanno la guerra. Ecco le faville combattere contro gli zefiri contrari: da una parte preme il furore australe, dall’altra le fiamme volano con ali veloci per mordere nell’aria le penne di Borea. Il combattimento dura a lungo nel cielo, ma alla fine è vinto in questo sovvertimento delle leggi fisiche perché il vento prende a fuggire davanti alle fiamme che normalmente alimenta. Evento che desta stupore in tutto il mondo: i venti temono le fiamme, le fiamme non osano attaccare le travi, il fuoco affamato teme il suo naturale nutrimento. Poco a poco le lingue di fuoco si smorzano, si riassorbono. Il fuoco che normalmente brucia, ora si consuma in se stesso. E Martino, con la sua fede, fa piovere senza che ci siano nubi. 

Martino distrugge ancora un tempio con l’aiuto degli angeli 

vv 299- 324 Ancora un tempio che Martino cerca di abbattere: una folla di contadini vuole impedirgli di distruggere il loro santuario pagano e lo respingono. Allora Martino si ritira per due giorni in un luogo vicino: digiuna, il capo cosparso di cenere e vestito di cilicio, implorando l’aiuto di Dio per la distruzione del tempio. Subito appaiono al suo fianco due angeli, due principi del cielo, armati di scudo ed asta. Si avvicinano al santo e prendono a parlargli: «Martino, noi siamo scesi dal cielo per difenderti. Ti vediamo avvilito, coperto di polvere ma ora è il Tonante che si fa carico dei tuoi affanni e, là in alto, l’intera volta celeste freme per corrispondere alle tue preghiere. E l’Olimpo guerriero si unisce a te con ogni sua arma. Attraverso noi, il cielo si batte con te, perché tu abbia a portare a termine la tua impresa. Per questo il Signore ha mandato noi due, a reggere il tuo campo, perché la buona causa sta avendo la peggio. Scuotiti ora, rompi gli indugi, guarda le nostre armi inviate ad impedire che i contadini ti si rivoltino contro. Il nostro compito è sconfiggere i superbi. Non aver più paura, corri a distruggere il tempio col nostro aiuto perché non può esitare colui che ha dalla sua parte il favore della potenza divina». Allora il santo muove all’assalto per distruggere al più presto il tempio, fa a pezzi le statue, abbatte il santuario, demolisce gli altari: tutto l’edificio, un tempo maestoso, è ridotto a povere. I contadini, da ostili che erano, ora aiutano la distruzione, con zelo si dedicano a radere al suolo quel luogo di iniquità, bandiscono i loro dei e professano il nome del Tonante. Con un unico atto di forza abiurano alla loro religione e ne accolgono un’altra. 

Martino sopravvive prodigiosamente a due tentativi di ucciderlo 

vv 325- 353 Martino aveva in animo di abbattere anche un tempio degli Edui106 . Gli si oppongono dei contadini, coltivatori di quelle campagne, i quali, nella loro ignoranza, pensano di non aver nulla di meglio da adorare, se viene cancellata la loro religione. Uno di loro, il quale eccelle per forza che male applica ad una temeraria impresa, progetta di troncare con la sua spada la testa del santo. Martino non esita a presentarsi a lui col collo scoperto. Nell’animo di quella belva, -intorpidita nel cuore ogni sensibilità- si raccoglie ogni furore, si acuisce la rabbia. Gli balza contro, erge tutto il suo corpo affinché il furore dell’arma abbia a colpirlo alla gola con doppia efficacia: il fendente tanto più devasta quanto da più in alto viene vibrato. Il malvagio stringe le dita sull’elsa, la artiglia con le unghie107 , calcola l’orribile devastazione che la sua destra sta per portare, lui, artefice di morte, innamorato del delitto, insolente e crudele. Nell’istante in cui sta per vibrare il colpo al capo di Martino, la sua spada rimbalza indietro e, proprio lui che un istante prima era proteso a colpire, ora si trova disteso al suolo. Eccolo: la schiena a terra e, un attimo fa, stava buttandosi in avanti per perpetrare il suo delitto. Il superbo è domato in tutto il suo corpo, la sua bocca invia una preghiera. Giace sul terreno e davanti a lui si erge il giusto mentre, nei suoi progetti, avrebbe dovuto essere lui ad avere Martino ai suoi piedi. I ruoli si ribaltano: il debole si erge, crolla l’arrogante. In un'altra occasione, deciso nella sua opera di distruzione degli idoli, un uomo stava preparando la sua spada per uccidere Martino. Nell’istante in cui sta per afferrarlo, al predatore viene strappata la preda che si accingeva a ghermire. Contro ogni legge naturale l’arma viene sbalzata via, vola lontano, prende la via leggera dell’aria e scompare per sempre. La spada gli è strappata: indifeso e disarmato, il brigante torna ad essere mite ed innocente. Tuttavia la violenza mai sarebbe caduta dal suo cuore se l’arma non fosse scomparsa. Insomma, un atto di bontà compiuto controvoglia e solo perché era andato perduto lo strumento che serviva a recare danno. 

Martino tira dalla sua parte ogni suo nemico 

vv 354- 360 Spesso il santo, con la forza della sua preghiera e della sua fede, riusciva a imporre proprio a quei contadini che gli facevano resistenza, di abbattere col loro aiuto i templi selvaggi così empiamente venerati. In tal modo i ribelli, abituali oppositori del vescovo, nel distruggere i santuari diventano essi stessi armi in mano al santo e dunque Martino conduce le sue guerre grazie a truppe che gli sono nemiche e fa trionfare la sua causa grazie ai soldati del campo avverso. 

Martino guarisce una fanciulla paralitica nella città di Treviri108 

vv 361- 428 A dire poi quanto potenti fossero le capacità del taumaturgo di donare salute, e quanta grazia sgorgasse dal suo tocco guaritore, ogni parola umana è impotente se raffrontata a così grandi meriti. È sufficiente che uno lo veda per essere risanato: le sue azioni, per loro stessa natura, gli servono copiosamente da testimonianza e da garanzia. Una volta quell’uomo pacifico entrò nella città di Treviri . Lì giaceva, malata da tempo, una fanciulla, tutta rigida, le membra inerti, minata dal gelido languore della paralisi. È vicina al suo ultimo respiro, sembra già sopravvivere a se stessa. Ha gli occhi vigili, sentinelle della sua morte, torce che accompagnano il suo corteo funebre. Il suo respiro corre a sciogliere il nodo della sua vita terrena, appena percettibile si muove nel petto ansimante. Le nari aspirano l’alito della morte, sull’incerto confine della vita.109 Non ancora sepolta e tuttavia già parte del sepolcro, distesa: i piedi, le mani, il volto, le gote già immagini di una cadavere. Il vecchio padre, annientato nel suo affetto e nel suo amore, le gote lacerate, i bianchi capelli scarmigliati, non accetta che non esista una cura. Viene a sapere che il santo, spinto dalla sua bontà, è giunto in città. Vola il vecchio, nonostante i suoi anni, come fosse un ragazzo, agile, a grandi passi, di corsa, sconfiggendo così la sua età. Martino è circondato da un muro di gente in subbuglio, vescovi e popolo. Tuttavia, senza esitare, il vecchio si butta in mezzo a quella folla vociante, perché un grande dolore non bada alle convenienze. Si precipita, il vecchio, e si butta ai piedi del santo. Con affettuosi baci gli sfiora le ginocchia, le mani, i piedi. L’infelice a fatica, così come glielo consentono i singhiozzi, prende a parlare: «Martino, uomo di Dio, nato per donare la salute alla gente, padre generoso con tutti, io ti reco la mia pena. Non permettere, tu fautore della misericordia, che siano versate invano le lacrime di uno sventurato. È per me che tu ti sei deciso a raggiungere questa lontana regione, è nel donare la vita che le fatiche del tuo viaggio troveranno coronamento. Io ho in casa una figlia, prostata dagli attacchi del morbo, ormai vicina alla morte, senza speranza di poter trovare un rimedio. Quando stava bene era tutta la mia gioia, attenta e affettuosa nei suoi doveri, amorevole, la dolcezza della mia vita, il sollievo della mia vecchiaia. E ora sta morendo e trascina verso la morte la mia stessa carne, trae nel Tartaro un padre sventurato, dai capelli ormai bianchi. Vorrei essere io il primo ad andarvi, ma pare che non sia consentito. Che vita resta ad un vecchio? Quali prospettive per un genitore quando viene strappata, con la morte dei figli, ogni speranza? Una volta sposata, mi avrebbe donato dei nipoti, e il mio sterile tronco avrebbe potuto rifiorire nei rami della discendenza. E invece eccomi qua, ora, a constatare la perdita della sua vita. Vedo strappare mia figlia, la mia luce, alla luce del giorno, mentre se l’ordine naturale fosse rispettato dovrebbe essere lei a chiudere gli occhi del suo vecchio padre. E dunque, santo padre, degnati di fermare il cammino della morte ingorda; soccorri, o ministro della potenza divina, la figlia che sta per essermi rapita. Se tu indugi, noi siamo morti: soccorrici entrambi. Il dolore mi ucciderà, se non si trova una cura per mia figlia». Il vescovo arrossisce, la sua voce si confonde, dice di essere ben indegno ministro di un simile prodigio. Ma il padre lo incalza, insistendo con queste parole: «Tu sei qui da noi, medico votato alla guarigione dei malati, prodiga le tue cure, che ognuno comprenda che tu sei qui dal fatto che hai sconfitto la malattia». Le parole convincono Martino. Raggiunge il luogo in cui giaceva malata la fanciulla. Il popolo rimane fuori, in ansia per ciò che il pastore sta per operare su una sua pecora. Martino per affrontare la prova fa ricorso alle sue armi: si distende al suolo, leva il suo pensiero a Dio. Poi si alza e fissa in volto la fanciulla: all’istante la voce torna nel luogo da cui era fuggita, la lingua torna a vivere, riprende a vibrare. Più l’olio di oliva penetra nelle sue membra110 , il corpo torna a vivere, resiste stabile sull’appoggio delle gambe e la testa, ben solida sul suo sostegno, ne rende sicuro il passo. 

Martino scaccia un demonio 

vv 429- 449 Ancora un prodigio. Un servo del proconsole Tetradio111 era diventato schiavo di un altro padrone, un demonio che si era insediato in lui, senza speranza di scampo. La rabbia gli faceva digrignare i denti, diventati ormai le armi di un altro in una guerra in cui lui non difendeva più se stesso, ma era soldato arruolato dal nemico. Il padrone supplica Martino di liberare il suo servo, ma questi non può essere condotto davanti al santo perché quel malvagio ospite e nemico lo impedisce. Allora Tetradio torna ad abbracciare i piedi del giusto e lo supplica di seguirlo là dove aveva il suo nascondiglio il crudele ladrone. Martino però non vuole entrare nella casa di un pagano. E Tetradio, umile a dispetto della sua alta carica, promette che crederà nel Cristo, se Martino riuscirà a strappare il suo servo al nemico. Martino impone dunque la mano, e il crudele demonio si ritira, la bestia malvagia fugge davanti al buon pastore. Nello stesso istante Tetradio chiede di essere accolto come catecumeno e viene rinnovato dall’onda del battesimo che reca salvezza. Così servo e padrone sono purificati delle loro macchie, il primo sciolto dai lacci del nemico, il secondo dal suo errore, l’uno libero dai tormenti della carne, l’altro delle afflizioni dell’anima: entrambi liberi, assurgono allo splendore di un duplice trionfo. Le condizioni cui era ridotto il servo regalano la libertà al padrone: il perfido demonio abbandona il servo e Tetradio accoglie in sé la fede. 

Ancora un demonio cacciato 

vv 450- 471 Caso volle che, non molto tempo dopo, il santo entrasse in una casa. Arrestatosi sulla soglia, disse di scorgere l’ombra spaventosa di un demonio. Quella belva feroce si era impossessata di un cuoco e tormentava la sua preda: con i denti, usati come armi, sbranava se stesso e i suoi compagni. Questi scappavano da lui, nessuno osava opporglisi, fuggivano a rapidi balzi, cercando faticosamente un rifugio sicuro, contenti se appena riuscivano a sottrarsi ai morsi. Martino, figlio di Marte, soldato, duro come l’acciaio delle sue armi112 , non cede il passo e non lascia nemmeno fuggire quel flagello: gli ordina di fermarsi mentre quello affila i denti nella sua bocca. Il santo uomo gli caccia le dita in gola e lo apostrofa: «Se ci riesci divora, lupo malvagio, la preda che ti metto in bocca: la cercavi fuori di te ed ora questo cibo si offre spontaneamente ai tuoi denti». A queste parole le fauci si aprono, dall’una e dall’altra parte. E la bestia resta così, con la bocca spalancata: non osa sbranare le dita; anzi, ha paura di essere toccata da quelle mani che avrebbe voluto azzannare e sbranare. E, dentro al corpo del posseduto, era lacerata da terribili sofferenze perché le dita le impedivano di uscire dalla bocca. Allora, lasciando dietro di sé ripugnanti tracce del suo ripugnante ministero, la bestia immonda, in una scarica di ventre, fuggì dall’orifizio da cui escono gli escrementi. Quella è la tua strada, vagabondo, la strada che più ti si addice.113 

Martino costringe un demonio a dire la verità su una annunciata invasione barbarica 

vv 472- 486 In seguito si sparse per la città la notizia che stavano sopraggiungendo dei barbari.114 Il seme avvelenato recava una messe di paura e allora il vescovo intimò di farsi avanti ad un indemoniato che si accompagnava ad altri indemoniati. Gli ordina di confessare se rispondano al vero le voci che girano. Il viso dell’indemoniato è stravolto, come un reo trascinato davanti al giudice, incede con un passo umano e poi confessa che quella voce era stata fatta girare tra la gente da dieci demoni per incutere paura a Martino e costringerlo così a lasciare la città. «Un trattato di pace ha placato la tempesta barbarica. Tu, amante della pace, non devi temere alcuna invasione di quei popoli né paventare un motivo di guerra115 ». La presenza di Martino chiude la strada alla menzogna: il bugiardo afferma la verità, la follia proclama la certezza. La belva, mai sazia di malvagità, che con la sua bocca insanguinata urla fremente queste cose, ha suscitato la paura della guerra e ora fa rivivere i benefici della pace. 

Martino guarisce un lebbroso 

vv 487- 513 Di lì il santo si recò a Parigi. Vi entrò con passo spedito, trovandosi di fronte un lebbroso che procedeva verso di lui. Quell’uomo era così malato che era divenuto straniero a se stesso116 : tutto chiazzato di macchie, completamente glabro, coperto di ulcere e di piaghe purulente; il suo passo era malfermo e la sua vista debole, il vestito a brandelli e l’espressione inebetita; pieno di pustole era il viso, mutilati i piedi e spezzata la voce. Il pallore aveva avviluppato quel disgraziato in un involucro innaturale. Tutto d’un tratto il santo lo attira a sé per dargli un bacio: abbraccia l’uomo instillandogli un medicamento che lo libera dal male. Infatti non appena il lebbroso fu a contatto con la saliva benedetta delle sue labbra, il fardello della malattia fuggì a quel contatto che stillava balsamo medicinale. La fisionomia ormai scomparsa riemerge, nuova pelle ricopre il suo volto117 , sulla sua fronte deformata torna alla vista il suo aspetto naturale; i tratti del volto, a lungo cancellati, tornano a delinearsi. Che altissima testimonianza del potere del santo: in un istante, con il gesto della pace, pone fine agli assalti della malattia. Un abbraccio ha messo in fuga l’orribile malattia, viene meno il flagello del morbo mortale, sconfitto da una forma di battaglia mai vista, da un bacio. E straordinaria la fede di Martino: una fede fedele rinsaldata da un patto divino che ridona bellezza a ciò che era diventato turpe. Paese fortunato in cui il santo ha posato i piedi, gli occhi le mani! E famoso perché è stato un simile uomo a purificare118 le tue contrade, i boschi, i prati, le città, le campagne, le case, i templi, le rocche, le mura, le fattorie! Che eccezionale sigillo ricevi da un uomo eccezionale! Per curare un lebbroso, dalla sua bocca santa -meraviglia superiore ad ogni altra meraviglia- è sgorgata con un bacio l’acqua del Giordano: l’onda della sua saliva lava il fiotto purulento che sgorga dalle sue piaghe.

Orario SS Messe

Feriali
(da lunedì a sabato) = Chiesa di S. Giuseppe
ore 18,00 (ora legale fino alla fine di giugno)
ore 18,45 (luglio e agosto)
ore 18,00 (settembre e ottobre)
ore 17,30 (ora solare fino alla fine di marzo)
Festive 
ore 8,30   Chiesa di S. Agostino
ore 10,00 Chiesa di S. Giuseppe
ore 11,15 Chiesa di S. Martino

Tempo di Avvento - Incontrare Cristo Gesù


E’ iniziato il Tempo di Avvento, tempo di attesa della venuta di Gesù.
Cristo Gesù è venuto nel tempo e nella storia dell’uomo da due millenni e di questa sua venuta facciamo memoria nel Natale; ma l’attesa di Cristo ci proietta verso la sua venuta finale e gloriosa come giudice della storia e dell’uomo. Quindi la nostra attesa e impegno di vita ora è rivolta a questo incontro finale.
Ma ciò che conta è fare dell’Avvento l’occasione propizia per conoscere e accogliere Gesù Cristo in noi. Al Signore sta a cuore che ogni singola persona cammini incontro a Lui e faccia un’esperienza personale di Cristo. L'Avvento

A tutti voi auguro la scelta giusta e un cammino vero e sincero incontro a Cristo.
Auguri di un “ Santo Natale ” !

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