Proemio al quarto libro: Fortunato sente il porto vicino

vv 1- 27 Mi sono lasciato alle spalle il mare: non più preda delle onde, guadagno la costa e il porto. Colgo col mio pollice le bianche corolle dei gigli, recido con l’unghia le rose, corro nei campi delle viole, assaporo i mille profumi della campagna in fiore: ed ecco cogliermi il sonno, sono stanco e il collo reclina, mi appoggio e mi stendo su un giaciglio d’erba. E tuttavia torna il giorno, ormai, e si fa chiaro. Devo rimettermi in cammino, mentre la rondine mi saluta col suo grido mattutino, perché l’alba precoce ha spazzato via la breve notte. I miei occhi ancora annegano nel languore del sonno, e nonostante ciò mi devo alzare. Le mie dita, al risveglio, fanno dileguare il sonno dagli occhi. Io, o miei sodali, riprendo il cammino che Gallo mi invita a compiere. Io, nocchiero, con i miei tre libri, tre volte ho intrapreso la navigazione tra i flutti e, per così dire, tra le onde ingannatrici delle Simplegadi197 , dello Ionio, dell’Egeo, del capo Maleo198 , sempre incalzato dalla tempesta. Ma, ad impedire ad Austro di farmi naufragare su fondali ingannevoli199 , ha preso in mano il mio timone la grande vicenda del santo patrono Martino. Una vicenda che io cerco, per quanto inadeguato, di delineare con le mie rozze parole; io, artigiano maldestro e grossolano, tento di forgiare un monile che la lima non sa levigare, che non so laminare col martello e battere sull’incudine, che il fuoco della forgia non ha provato. La tenaglia, col morso delle sue ganasce, non ne ha saggiato la consistenza e, insomma, è un metallo ancora grezzo quello che esce dalla mia bocca. Ma è una storia molto bella, a dispetto della mia scarsa abilità, perché il suo fascino regala di per se stesso un bel gioiello. Tuttavia io devo saldare il mio debito, con ciò che resta da fare di questo mio lavoro, e ripagare almeno un poco colui al quale io sono grandemente debitore. 

Martino guarisce una bambina muta 

vv 28-51 Intanto, nel territorio dei Carnuti200 , un padre, in preda all’angoscia, presenta a Martino, perché egli la guarisca con la sua parola santa, una bambina muta dalla nascita: sono 12 anni che la fanciulla, che si trova in uno stato di grave prostrazione, è priva della voce. Martino non fa attendere l’aiuto del suo amore e della sua carità. Allora si stende al suolo, alzando al cielo una silenziosa preghiera: il corpo a contatto con la terra, lo spirito che vola verso l’alto. Appena avverte che, grazie alle preghiere, la sua fede ha ottenuto un risultato, dispone che gli sia portato dell’olio di oliva per consacrare la fanciulla e, dopo aver benedetto il liquido ottenuto da un frutto della terra, glielo versa nella bocca. Poi, tenendo tra le dita misericordiose201 la lingua della fanciulla, le chiede il nome di famiglia di suo padre. All’istante liberata, la lira della faringe fa squillare il suo plettro202 e la volta del palato fa risuonare come una cassa armonica dei suoni cui non è abituata; questi urtano contro i denti nella cavità della bocca203 e producono parole: la figlia affettuosa risponde con il dolce nome del padre. Da molti anni sua madre l’ha partorita: ora, si può dire, nasce una seconda volta grazie alla parola. Già donna fatta, la fanciulla emette i balbettii dei lattanti, comincia a far girare dolcemente le parole, a staccarle. La lingua ancora intorpidita si muove male e, simile a stridula zampogna, tarda ad articolare suoni intelligibili fino al momento in cui il suo fiato esplode in una compiuta sinfonia. Allora il padre abbraccia le venerande ginocchia del santo, piange di gioia e urlando -è di una voce che è stato fatto dono- ringrazia Dio per quella gioia e ne fa risuonare altissima la lode. 

Il miracolo dell’olio 

vv 52-71 Un altro prodigio. La moglie del feroce giudice Aviziano204 era malata. Nella speranza di essere guarita dalla sua malattia, fece recapitare al santo un vaso d’olio pieno esattamente per la metà: il balsamo avrebbe scacciato la malattia e ridonato la salute. Martino fa il segno della croce sopra l’ampolla e subito il liquido sale fino al bordo; poi l’unguento schiuma e ribolle, cresce straordinariamente abbondante nell’involucro di vetro. Anche la parte secca del vaso diventa totalmente umida. Sale velocemente, contro la legge naturale che vorrebbe che scendesse verso il basso, e a grandi fiotti lascia il suo letto per guadagnare il largo. Quell’olio non viene dalla radice di un ulivo né lo ha prodotto una bacca siriaca: è un potere meraviglioso quello che lo ha fatto tanto crescere. Effluisce verso l’alto collo che chiude l’ampolla, ma non si accontenta di riempirla. E infatti l’onda dell’olio si accumula ben presto all’orlo e poi si spande: il vaso non può più contenerlo -tanto potente è la benedizione della destra di Martino- e traboccando macchia tutto il vestito del servo. L’olio scaturisce dal dito di Martino, come da una fonte, e scorre via. E anche quando l’olio è corso via come un fiume, il vaso è ancora pieno e così la matrona lo riceve: miracolo della fede! 

Il miracolo del vaso benedetto che cade senza rompersi 

vv 72-86 A questo proposito corre alla memoria un fatto non meno meraviglioso. Un servitore che riportava indietro un’ampolla di vetro benedetta da Martino, l’aveva incautamente posta sul davanzale di una finestra, dopo averla, per rispetto, avvolta in un panno finissimo. Un secondo servo, all’oscuro di ciò, tira verso di sé un lembo svolazzante di quel lino. L’ampolla cade sul pavimento e rimane diritta sulla superficie di marmo: né la pietra frantuma il vaso, né il vaso perde una goccia d’olio. Salva, intera, come se delle piume ne avessero sostenuto il volo, come se fosse discesa, leggera, portata da due ali: il vaso non ha alcuna una fenditura, non una crepa. È così: il liquido che si trova all’interno preserva l’involucro esterno, ed è ciò che avrebbe dovuto essere protetto a mantenere in realtà integra la propria protezione. L’olio custodisce il vetro, gli impedisce di andare in frantumi e il liquido contenuto difende il proprio contenitore. La benedizione di Martino ha reso infrangibile un vaso fragilissimo. 

Nel nome di Martino i suoi discepoli ammansiscono un cane 

vv 87-97 Due discepoli di Martino camminavano un giorno fianco a fianco, quando furono aggrediti da un cane che abbaiava furiosamente. Uno, spinto dall’amore di carità, disse: «In nome di Martino ti ordino di tacere e di non disturbarci con i tuoi latrati». E immediatamente quel cane ha tronca la voce, come bloccata in gola, deve ringoiare l’urlo che stava per liberare dalle sue fauci e il latrato feroce gli si strozza nella gola ingorda. Il molosso rimane così, la bocca intorpidita e la voce bloccata, torturato dalla sua rabbia perché non può spalancare le mascelle. Deve ritirarsi, il cane, soffocare il suo mugolio, rinunciare al suo urlo terrificante. Efficace fu il nome del santo, anche se non era materialmente lì con la sua parola. 

Martino convince Aviziano a liberare i prigionieri di Tours 

vv 98-157 Dunque provo a proseguire col mio passo lento il viaggio che ho intrapreso, fino a quando mi è dato avanzare sulla strada, fino a quando mi invita una brezza favorevole, fino a quando l’ora e la luce del giorno spingono avanti il mio piede tardo. Il conte Aviziano era un uomo dal carattere arrogante. All’epoca del suo mandato, giunse a Tour, appoggiato dalla forza del suo terribile ufficio. Ecco convergere lì folle di popolo e anche una lunga teoria di prigionieri incatenati205 : capelli lunghissimi, mortalmente magri, braccia ischeletrite cui perfino i ceppi di ferro erano larghi, visi tanto emaciati che era quasi impossibile riconoscerli. Si vedeva la gente vagare in lacrime per la città. Aviziano dà disposizioni perché siano apprestati strumenti di tortura in misura anche superiore al consueto; poi il malvagio comanda che ci si presenti davanti al suo terribile tribunale, da cui i suoi occhi crudeli potevano vedere i corpi bruciare. Appena il santo è informato che si stanno eseguendo questi ordini di morte, al cadere della notte, si reca nel pretorio che tanta crudeltà ospitava: procede, lui, viaggiatore solitario sulla strada della pietà. Il vecchio arriva affaticato, ansimante; si stende davanti alle porte, lui che è bontà, davanti alla soglia disumana: qui riposa il giudice, sprofondato nel torpore del sonno. Ed ecco che un angelo alato entra nel palazzo e tuona con voce minacciosa all’indirizzo del conte dormiente: «Tu sei qui, addormentato, mentre Martino è fuori. Tu stai riposando, lui sopporta gravi fatiche, tu giaci su un morbido letto, lui sulla dura pietra». Angosciato, Aviziano subito si leva dal letto urlando che fuori della porta giace il santo Martino. Ordina ai servi di togliere i catenacci e di aprire al santo: il venerabile servo di Cristo non deve patire oltraggio. Squillano delle risate: sono i servi che dileggiano Aviziano. Sciocchi come sono, dicono che il padrone ha sognato vane visioni notturne: non c’è alcuno fuori della porta o lì vicino. Subito Aviziano cade nuovamente in un profondo sonno. Allora l’angelo si fa più pressante, lo sveglia ancor più bruscamente, lo scuote forte, perché non abbia a cedere ancora al sonno. Terrorizzato, il giudice non vuole più fidarsi di alcuno, non chiede più ai servi e, in tutta fretta, si dirige alla porta del suo palazzo. Vi trova Martino, come nel suo presagio di poco prima. Quell’uomo crudele prende la parola per primo, rivolgendosi così al santo: «Martino, perché mi fai questo, o vescovo venerabile? Tu non combatti con me ad armi pari. Tu vieni per far assolvere dei colpevoli e torturi me con la tua sferza. Dunque tu preferisci che io paghi per tutti e la tua scelta è che il loro delitto venga riscattato dal mio supplizio? Le ore della tortura sono cambiate da un nuovo carnefice: di giorno vengono torturati i colpevoli, di notte tu torturi me. Servo di Dio, quanto sia forte la tua potenza, lo dice chiaramente che, sulla base del tuo giudizio, tocca a me, giudice, di essere percosso. E tuttavia da questo prendi atto di come io mi sono comportato nei tuoi riguardi: sono venuto personalmente da te, non ho incaricato né un servo né un amico. Quando la sentenza incalza, non sono ammessi indugi. Non servono parole: nonostante il tuo silenzio, capisco quello che vuoi. Ti prego, vattene, lascia questo posto, concedimi ciò che ti chiedo: che la tua punizione e la tua vendetta non abbiano ora ad abbattersi pesantemente su di me». Così parla Aviziano e, mentre il santo si allontana velocemente, fuori di sé, chiama i suoi funzionari e ordina di spalancare le porte delle camere di tortura, delle prigioni e delle gabbie. Rilascia i prigionieri e poi abbandona a sua volta la città. Dunque se ne va anche l’orrore soffocante e Aviziano, che tanta paura incuteva, ora fa paura a stesso. L’ordine logico delle cose viene ribaltato: la pace nasce dal fatto che il giudice se ne sia andato. Non si è sparso sangue e il pastore ha cacciato il lupo e salvato il gregge. 

Ancora episodi di esorcismo 

vv 158-172 Tutte le volte che Martino lasciava il monastero per recarsi rapidamente in città, nel momento stesso in cui metteva il piede fuori della cella per cominciare il viaggio206 , i posseduti dal demonio –schiere numerosissime- prendevano a tremare, a urlare, a girare su stessi. Anche se la gente non si rendeva conto che stava arrivando il santo, bastava l’urlo dei diavoli a preannunciarlo. All’avvicinarsi di Martino, si potevano vedere corpi muoversi, sospesi nel vuoto, sollevati ben alto in aria, e altri con i piedi in su e la testa in giù, come se stessero precipitando dalle nuvole (ma le vesti non si scomponevano e continuavano a coprire le parti intime): citati a comparire davanti ad un giudice ammettevano crimini ed errori. Era un esame frettoloso in cui correvano a confessare ogni loro atto, giurando di essere uno lo stupido Giove, l’altro Anubi207 , e che erano il vaso che ospitava il ministero impuro del demonio. Il buon carnefice tortura la bestia selvaggia e questa deve fuggire. 

Martino ferma la grandine 

vv 173-194 Ora racconterò ciò che Martino ha fatto nella regione dei Senoni.208 Ogni anno la grandine copriva con un compatto strato ghiacciato i terreni appena seminati e la perdita del raccolto lasciava delusi i contadini: non c’erano più bionde spighe a reclamare il lavoro del mietitore, il contadino si vedeva defraudato della trebbiatura e la sua mano restava inoperosa. Allora gli abitanti, tante volte frustrati, proprio quando le spighe stavano arrivando a maturazione, vedendo i loro campi sterili impigrirsi nei loro stessi solchi209 e il loro povero raccolto massacrato rifiutare il nutrimento ai coltivatori, mandarono a Martino una delegazione fidata per pregarlo di allontanare dalla loro terra il terribile flagello della grandine. Si alza al cielo la preghiera di Martino e questa è sufficiente ad ottenere lo scopo. Infatti, non appena il buon vescovo ha fatto sgorgare le invocazioni dalla sua bocca, le nuvole prosciugano le loro piogge cariche di grandine, e le terre, da tempo vedove, si ritrovano fertili e riprendono a generare. Durante i venti anni che Martino visse ancora210 , il dono del santo patrono mantenne inalterata la sua efficacia. Ma quando l’uomo di Dio partì per salire tra gli astri, la grandine aggredì di nuovo i contadini con violenza rapinosa di cui ormai si era perso il ricordo. Privati del loro protettore, una distruzione crudele devasta i campi e il cattivo tempo fa prigioniere le spighe e le distrugge. Il difensore è morto e subito la grandine torna a cacciare la sua preda. Con la morte di Martino la natura riprende a flagellare l’uomo. 

Martino libera Aviziano da un demonio 

vv 195-209 Ancora. Quel giusto si trovò un giorno ad incontrare un’altra volta Aviziano. Vide che, sopra di lui, incombeva la figura di un crudele demonio, dall’aspetto orribile e dal laido corpo. Il santo fissò lo sguardo su di lui e, pur da lontano, emise un soffio che lo scacciò via. Il giudice crede che Martino abbia soffiato su di lui e gli dice: «Perché, o buon pastore, mi tormenti e mi offendi? Perché mi marchi di infamia gettandomi addosso il disprezzo del tuo soffio ?»211 Il nobile vescovo gli risponde con atteggiamento amichevole: «Non faccio questo contro di te, per punirti di un disonorevole peccato: ho soffiato contro la figura che, con tuo danno, ti stava addosso, sulle spalle». E subito il demonio, che gli stava così vicino da sembrare una guardia del corpo, lascia il suo posto. Si era insediato sul collo di Aviziano, e ora abbandona il seggio che aveva occupato. Aviziano è di nuovo libero, alza la testa. Sbarazzato del suo fardello, infatti, il giudice ritrova la propria dignità: era stato duro e implacabile, ora si fa più mite. 

Martino scatena le furie della natura contro una torre pagana 

vv 210-232 Ancora un evento prodigioso accaduto nel villaggio di Amboise212 . In quel luogo era stata costruita, per ospitare degli idoli pagani, una torre di marmo213 . Si trattava di una costruzione massiccia e pesante per le sue pietre levigate con molta precisione: tempio dell’orgoglio, trono che si lancia verso il cielo, falsa immagine della superstizione, reale inganno per i fedeli214 , strumento immenso di prevaricazione che spingeva i suoi fedeli a farsi adoratori del nulla. Il santo aveva pressantemente dato mandato che, come era giusto, fosse distrutta215 , ma, con i mezzi umani, nessuno c’era riuscito. E allora il santo vescovo ricorre alle armi consuete: trascorre in veglia le ore della notte, parla col Signore e interrompe così il cupo silenzio. Ma quando, al nuovo mattino, si spandono sul mondo le luci dell’aurora e Febo tende attraverso le nubi il suo mantello d’oro, ecco all’improvviso, tra i tuoni, levarsi un uragano che attraversa lo spazio soffiando e facendosi rovinoso: Martino, è per correre in tuo aiuto che l’uragano infuria, muove le tue truppe e le arma di venti furibondi. Non appena colpisce il tempio con l’urto di una rapace tromba d’aria, lo fa vacillare battendo sui muri con un rabbioso turbinio. Frantuma gli idoli e riduce in polvere le alte mura di quella torre, segno di arroganza fino ad instante prima.216 O santo vescovo, dal nome dolce e destinato a restare nei secoli, non c’è uomo che non si sottometterebbe a chi, come te, ha perfino le nubi che combattono in sua difesa. 

Martino distrugge una colonna sacra agli dei pagani 

vv 233-250 Desidero raccontare anche questo prodigio, propiziato dallo stesso potere. Si ergeva, alta e dritta, una colonna, mostruosa immagine217 , dall’aspetto terrificante e così alta che lo sguardo non poteva raggiungerne la sommità. E sopra stava la statua del nemico. Il santo vuole ridurla in polvere ma non ci riesce e allora eccolo ricorrere alle armi vittoriose della preghiera: il guerriero chiama a sé le potenti forze del cielo, si stende sul terreno, vi si allunga, mentre le sue preghiere lo portano tra le stelle. Prega a lungo, a lungo si rotola nella polvere ed ecco, sotto i suoi occhi, discendere una colonna dal cielo che attraversa dolcemente l’aria e durante la sua caduta fende le nubi. Simile a freccia scagliata con forza, va a colpire il bersaglio della torre e la costruzione si scompagina, si dissolve in frammenti. Si sfaldano i blocchi di pietra e gli idoli, senza più base, crollano: il dio ingannatore viene colpito da un nuovo genere di freccia, falsa divinità che deve subire l’ira del vero Dio. E tuttavia dalle rovine dei templi ridotti in polvere sono nate delle ricchezze perché, una volta distrutti, sulle ceneri della barbarie sono sorte delle chiese. 

Martino, medico inconsapevole, guarisce una donna che soffre di emorragie 

vv 251- 271 A dire la gloria di Martino, è necessario narrare anche questo episodio. Una donna pallida perché perdeva il suo sangue goccia a goccia, aveva il corpo disseccato per questo continuo fluire di sangue. Era una naufraga che trascinava il suo corpo con sé, perduta nell’onda del suo sangue, distrutta dalla fatica di quel suo violento diluvio: ed era lei stessa che generava da dentro di sé e contro di sé le piogge di quell’uragano. Ormai annegava, sommersa dalle sue stesse onde, e non vi era un porto per lei, un mezzo di guarigione218 . Ma non appena tocca la frangia del vestito benedetto di Martino -ne tasta i fili proprio sul bordo del santo tessuto- ecco scaturire la guarigione: un unguento dapprima invade le sue dita e poi una grande fede in quella medicina le entra nel petto. Immediatamente si secca la sorgente del flusso, la ferita aperta, nella parte bassa del suo corpo, riduce lo scorrere del sangue, l’onda del sangue restringe l’effusione e torna verso la sua sorgente, le cavità delle vene chiudono il passaggio all’ininterrotto fluire. La veste del santo medico ha indurito e coagulato il rivolo di sangue e il sangue ha avvertito il freno derivante dal potere dell’uomo. Se ne riparte, la donna, felice e guarita grazie al suo sotterfugio. All’insaputa del medico219 ha ottenuto il beneficio della guarigione. Oh, la tua santità, Martino: doni la guarigione e nemmeno lo sai. 

Martino scaccia un serpente 

vv 272- 283 Un giorno il vescovo si allontanava col suo passo svelto. Ecco dirigersi verso di lui, a nuoto attraverso un fiume220 , un serpente che solcava l’acqua: avanzava con le spinte del petto e usava la coda come un remo; muoveva la schiena coperta di scaglie e, con le sue ondulazioni, tagliava le acque scure. Quando il santo lo scorge, esclama: «Ti ordino nel nome di Cristo, torna indietro, bestia maledetta». E il serpente, lontano, inverte il lento moto delle sue spire, si gira su stesso e porta via il suo terribile carico di veleno. Poi si dirige verso le sabbie umide221 della riva opposta: nuota scivolando nei gorghi delle onde e riattraversa il fiume. La vipera ha obbedito agli ordini e così ha perduto tutta la sua aggressività perché nemmeno il più torbido veleno resiste agli ordini del santo. 

Martino e la pesca miracolosa 

vv 284- 304 Era il periodo in cui ritornano le solennità pasquali, durante le quali il buon vescovo mangiava anche del pesce e completava il suo pasto degustandone un po’. Chiede pressantemente ai monaci se si sono procurati del pesce. L’addetto a svolgere questa incombenza risponde che ha pescato tutto il giorno senza tuttavia prendere nulla: invano aveva lanciato il suo amo legato con un crine alla canna e nemmeno con la rete era stato possibile catturare alcuna preda. Il pastore gli replica molto tranquillo, ma fermo: «Ora ritorna al fiume e vedrai che non andrai deluso». È una speranza, una certezza che spinge l’addetto: si reca velocemente al fiume e intanto le rive si affollano di monaci, giunti in schiera per vedere l'effetto delle parole del santo profeta Martino, perché sanno che egli non parla mai a caso e che le sue parole non vengono mai smentite. Non appena il pescatore getta la sua rete dalla barca e ne trascina lentamente le umide maglie nelle acque limpide della Loira, un grosso luccio viene imprigionato dalla piccola sciabica. Viene tratto a riva il pesce, nato per vivere nell’acqua e catturato non dalla rete del pescatore ma dalle parole di Martino. Preda che nuota, si offre per le necessità del santo e corre a tale morte, preferendola al dono della vita. 

Arborio222 vede la mani di Martino coperte di pietre preziose durante una celebrazione eucaristica 

vv 305- 330 L’ex prefetto Arborio racconta un altro segno del potere di Martino, da lui visto nella città di Tours e di cui è testimone fedele. Un giorno, mentre, in grande raccoglimento, sta celebrando il divino sacrificio, il santo padre presenta a Dio, sull’altare, le offerte pure. Durante il suo servizio sacerdotale, pronuncia le parole di benedizione sui doni del Cristo che si trovano sull’altare e li accoglie come suo corpo e suo sangue. Ed ecco all’improvviso la venerabile mano brillare di uno splendore straordinario e lampeggiare dei fuochi di mille pietre preziose: sembra diffondere intorno un’aureola di raggi luminosi. Dalle braccia di Martino gemme cangianti lanciano bagliori, mentre una luce fulva come l’oro si irradia dalle pietre verso la luce del sole. Per rendere questo racconto del prodigio ancora più degno di fede, lo stesso Arborio, uomo di grande prestigio personale, afferma di aver udito il fragoroso crepitare delle pesanti gemme. Così, stando a questa doppia testimonianza, la amorosa mano destra del giusto ebbe a folgorare e brillò anche uno smeraldo, disceso in basso e quasi diventato la sua manica. Oh, lo splendore di Martino: hai addosso una veste di pietre preziose, e mai si è visto un mantello il cui tessuto sembra mandar fiamme perché la trama rutila di topazi e l’ordito di diaspri, e una tunica che ha per vello splendide gemme. Quale mano d’artista ha tratto dal fuso il filo per un simile vestito? Quale artigiano ha filato quella lana color dei giacinti? Chi ha potuto intrecciare delle dure gemme e farne dei fili? Questi fatti potranno essere raccontati più per spingere alla devozione che per divulgarli.223 Come cercare di penetrare il mistero, quando non si riesce nemmeno a percepire ciò che si nasconde nella luce? Uomo, tu hai di che stupirti quando è la grazia divina a tessere i panni.

Martino a Treviri 

vv 331- 386 A questo punto inizia il racconto di una vicenda piuttosto lunga, ma io la percorrerò velocemente riassumendola. Negli anni in cui Massimo 224 regge l’impero -un cavaliere, per così dire, che regge le redini- egli dispone che Itacio sia posto sotto scorta militare perché qualcuno non trovi il modo di farlo incriminare da un tribunale civile come accusatore del vecchio Priscilliano. Egli invia in Spagna dei tribuni investiti di pieno potere per braccare gli ultimi eretici, confiscarne i beni, condannare alla pena capitale quelli che fossero stati rintracciati e in modo tale da poterli colpire tutti senza pietà in un’unica occasione. La bontà del santo vacilla per queste molteplici disgrazie e lui, intensamente pregato di intercedere a favore del governatore Leucadio225 , accorre a Treviri, dove peraltro lo spingono anche altri motivi di preoccupazione. I vescovi parlano in continuazione agli orecchi di Massimo: Martino non deve partecipare al sinodo, a meno che egli non venga ad una pacificazione. Il santo obietta che lui è nella pace di Cristo e, in una prima fase, si tiene lontano dalle riunioni sinodali. Di nuovo i vescovi accorrono al palazzo di Cesare perché egli abbia forzare il vescovo -del tutto innocente- a schierarsi apertamente con loro che invece erano nel torto.226 L’imperatore lo chiama ad un colloquio e, con molta calma, invita il santo a condividere la comunione con gli altri vescovi: «Il solo che abbia manifestato dissenso e si sia allontanato, dice, è Teognisto227 che giudicava peccaminosa la situazione e dunque rifiutava la comunione con i confratelli». Ma il santo è ben saldo sulle sue posizioni e l’imperatore, non riuscendo con tutta la sua autorità a piegarlo, si ritira dalla vista di Martino. E immediatamente sguinzaglia, una volta per tutte, dei sicari col loro gladio minaccioso con l’ordine di sgozzare e passare a fil di spada tutti quelli che avessero trovato. Non appena il santo viene informato che l’inganno ha gettato la maschera, si impegna col re a partecipare alle riunioni dei malfattori228 e , infuocato dalla sua pietà, rinuncia per amore alla propria inflessibilità. La sua anima, innocente di ogni colpa, entra in comunione con i perversi. (Ma da quel luogo, poi, Martino si sarebbe staccato andandosene in tutta fretta). Ma intanto deve farsi avanti: il suo animo è in subbuglio, è abbattuto, tormentato, angosciato perché deve riunirsi, anche se solo per un’ora, con degli uomini iniqui. Poi riprende il suo cammino che attraversa vaste distese desolate, preceduto da alcuni suoi compagni. Quando è vicino ad Andethanna229 , ecco farsi incontro al grande uomo un angelo del cielo che si fa vedere pubblicamente col suo volto per indirizzarsi apertamente a lui. Dopo aver svelato il proprio viso, gli si fa vicino e gli parla così: «Con quanta ragione, Martino, tu ora ti senti prostrato dal dolore! Ma da quella situazione potevi uscire soltanto accettando le imposizioni: al bivio tra due mali, hai dovuto subire dolore e sofferenza. Ma recupera la tua fermezza, ritrova la forza del tuo potere, riprenditi, deponi il tremore. Il peccato non può spezzarti, la tua gloria non può morire. Non lasciare che le tue vittorie vadano perdute, agisci come è tua consuetudine, torna, o maestro, ad apprendere dalle tue stesse lezioni. Non basta un’unica caduta ad abbattere il coraggio di un valente atleta. Il dolore spinge una mano ferita ad incalzare ancor più acremente il nemico e le piaghe inferte danno ancora più forza alle anime coraggiose. E il coraggio, non evidente all’inizio, cresce in proporzione alla brutalità delle ferite ricevute. La vittoria viene concessa al guerriero che maggior numero di colpi ha subito» . Queste le parole fraterne dell’angelo: proprio come un fratello, con le sue esortazioni, ridà la vita all’amico di Dio. E Dio a tal punto era preoccupato di evitare il cedimento a Martino. Martino, l’innocente, in seguito non partecipò più ad alcun sinodo, ma questa sconfitta del suo prestigio fu compensata da nuovi profitti .230 

Un nuovo esorcismo operato da Martino 

vv 387- 401 I fatti recano di per se stessi le prove in questa santa azione del venerabile Martino. Un giorno si presentò alla porta posteriore della sua cella un malato tormentato e ferocemente perseguitato da un demonio furioso: l’ombra malvagia lo torturava col suo spirito maligno. Ancor prima che toccasse la soglia del santo monastero, il feroce nemico del suo ospite fuggì il contatto con Martino, terrorizzato al solo vederne il santo volto. Il più oscuro degli esseri non può sopportare la luce, come una persona incostante non può sopportare la fermezza. L’infedeltà fugge davanti ad un cuore fedele, la crudeltà davanti alla bontà, la collera davanti alla dolcezza, l’aggressività davanti all’indulgenza. E dunque il nero demonio temette la porta della luce. Erano gli strumenti irripetibili del santo: bastava vedere la sua cella ricca di grazia per ottenere la guarigione. Il santo rimane chiuso nella sua cella: da lui sgorga la fonte di ogni cura che guarisce ancor prima che appaia l’ombra di chi deve guarire. 

Nel nome di Martino un pagano acquieta una tempesta 

vv 402- 425 Non basta l’ammirazione per ciò che Martino ha operato essendo personalmente presente: è sufficiente il suo nome per diffonderne i doni in tutto il mondo. Ecco il fatto. Un uomo stava navigando a vele spiegate attraverso il mar Tirreno, sulla rotta che porta a Roma. All’improvviso si leva un vento che scatena violente folate. I flutti si alzano, le corde sferzano le vele tese, l’albero maestro oscilla impotente, le bandiere vengono strappate dai pennoni231 , vibrano le connessure dei due bracci della liscia antenna232 . Senza più risorse e stordito, il timoniere precipita dalla poppa: le onde si ergono ancora più alte, la struttura cede, il rombo del mare si fa minaccioso, la prua beve e il nocchiero vomita. Non vale più la sua perizia, non lo aiuta l’esperienza, si dilegua la speranza, il furore delle onde lo incalza, non vede più la luce e la morte lo minaccia. In questa situazione difficile in cui l’unica certezza è il pericolo, i passeggeri tremano per lo spavento. Soltanto un egiziano (non faceva parte della comunità, ancora non aveva conosciuto la grazia di Cristo) si mette a gridare: «Dio di Martino, strappaci al pericolo!». Subito il feroce uragano si acquieta e tornano tranquille le onde rigonfie del mare, si spiana l’acqua sotto la nave, torna immobile la liquida distesa marina: calme le onde, sopito il fragore del mare. Corre la nave sul mare diventato amico e gli abissi rispondono ai voti; le vele spiegate ai venti favorevoli costeggiano i litorali. I marinai guadagnano il porto, riempiendo il mare con le loro cantilene233 . Così il Cristo onora generosamente i meriti del suo servitore. Il potere della sua fede si estende sulle terre, sul mare, nei cieli. 

Martino guarisce Liconzio234 dalla peste e accetta una ricompensa per riscattare dei prigionieri 

vv 426- 488 Ora, in questa parte finale del mio racconto, desidero raccontare un fatto straordinario. Liconzio , discendente da una nobilissima famiglia, famoso per i suoi alti incarichi, per la sua fede e le sue ricchezze, era uomo che ricalcava le orme della sua discendenza. Una volta una peste mortale ebbe ad invadere la sua casa, una malattia rovinosa che aveva punto col suo aculeo tutta la famiglia. Tutti i poveri servi e i clienti erano accomunati in un’unica strage che attaccava or l’uno o l’altro; e si sarebbe potuto dire che erano corpi abbattuti da colpi di freccia. La morte non tiene in alcun conto il rango sociale. Resta un’unica speranza di aiuto al mondo: Martino. Velocemente viene inviata una missiva che, con molta devozione, richiede il suo aiuto. Così parla la bocca di Liconzio, così il suo cuore: «Se non vieni subito, questa pestilenza crudele si porterà via ogni cosa, poco impiegherà ad uccidere tutti e a trascinarli nel Tartaro. Da tempo ormai la malattia avanza e finirà col distruggere tutto ciò che si porta via. Tu che ne hai il potere, reca aiuto ad un popolo su cui incombe la morte. Chi dispera della salvezza va in cerca del sostegno più valido». Martino comprende che questo flagello è una punizione divina e teme che non sarà facile che le sue siano esaudite. E tuttavia accoglie l’appello dell’amico disperato: certo, per sette giorni e per altrettante notti, veglia prostrato sotto la volta celeste, senza mai rompere il digiuno, continuando a pregare in continuazione per tutto il tempo. E non desiste, se non nel momento in cui i desideri di Liconzio vengono accolti, la guarigione entra nella casa, la salute torna a vivere235 , caccia via, mette in fuga l’epidemia. Ma quando Liconzio comprende che l’aiuto è costato sofferenza a Martino, corre da lui, gli dice la sua riconoscenza con tutta la devozione del cuore, vuole ricompensarlo con dei doni per la gioia che la sua casa sia stata strappata alla peste: un beneficio meritato dalla sua fede, a somiglianza del centurione che il Signore con la sua parola potente preferì a tutta Israele236 e che ottenne la guarigione della figlia prima ancora di essere entrato in casa. E allora offre a Martino dei grandi lingotti d’argento, in numero di tre volte trenta e poi ancora dieci237 , per ripagarlo del suo aiuto. Aggiunge, con il cuore di nuovo colmo di gioia, queste parole di supplica: «Come potrò, santo padre, pagare il mio debito per questo dono della vita? La luce del giorno non ha prezzo, non si può comprare o vendere, la vita anche di un’anima soltanto ha un valore troppo grande. Quando un solo flagello devastava tutta la mia casa e non mi restava il minimo aiuto che potesse ridare la salute a qualcuno, ecco la tua difesa, grazie alla quale in tanti ora vivono, tutta la mia famiglia, uomini e donne di ogni età. Mi perdo nell’ammirare questi cadaveri stabilmente richiamati alla vita quando vedo che questi, ai quali, durante la loro agonia, già stavo preparando le esequie, vengono a servirmi. E infatti appena la tua voce è volata in cielo dalle profondità dell’anima, grazie ai tuoi meriti la volta celeste è sembrata piegarsi per portare più vicino a te le parole di Cristo; appena la tue preghiere furono pronunciate davanti al Tonante e la tua pia voce risuonò nelle orecchie dell’Onnipossente, subito Dio divenne, nella sua bontà, indulgente e concesse l’aiuto di un rimedio guaritore. La peste crudele abbandonò i corpi, membro dopo membro: le persone che ormai erano preda della morte furono guarite. Ripresero vigore, assieme alla speranza, i piedi, le viscere, gli occhi, la voce. La malattia muore, sepolta nella carne vivente. E dunque, padre, accetta questo piccolo tributo come prezzo delle nostre vite, lasciami saldare il mio debito e perdona se l’interesse è piccolo». Martino non accetta quanto gli viene offerto, ma nemmeno lo respinge. Prima di oltrepassare la soglia del monastero, dà disposizione che il denaro sia devoluto al riscatto dei prigionieri238 . Così il santo trae da una sola sciagura una doppia occasione di diffondere i suoi doni. A questi dona la libertà, a quelli la guarigione -dei prigionieri furono liberati dal peso delle loro pene- e tutti, in concordanza di cuori, intonarono canti di gloria per dire il loro grazie. 

Martino e il monaco impudico 

vv 489- 519 Ecco ancora un’altra occasione di stupore, se le mie parole riescono a dare il giusto rilievo alla storia. Un giorno un frate, tutto infreddolito, passa davanti alla cella di Martino, mentre il fuoco arde nel braciere del santo, carico di carbone. Subito si siede nel tentativo di rubare, per così dire, un po’ di calore. Si denuda l’inguine, butta avanti i piedi, allunga le gambe. Subito, dall’interno della cella dove stava rinchiuso, il santo dice: «Chi è che là fuori profana la mia cella, così, col corpo svestito, le ginocchia scoperte e l’inguine nudo?» Come si spiega questo? Ditelo voi, ve ne prego, dotti sofisti. Davanti agli occhi di Martino la parete è diventata trasparente come lino o come la tela che tesse il ragno volando con il suo filo o come la rete i cui nodi formano maglie molto larghe. Come fa il muro ad essere tanto sottile da sembrare fessurato? Forse sono i mattoni ad essersi alzati, forse si sono aperti per lasciare spazio ad una finestra, o forse le dure pietre si sono sciolte come molle glutine. O forse è questa parete di pietra ad essersi ridotta ad una vetrata, o forse è essa stessa ad essere diventata di vetro tanto da lasciar filtrare lo sguardo di Martino? O forse il muro, fattosi leggero, si è alzato e si è incurvato a formare un arco, per rimanere sospeso un istante, senza andare in pezzi? Ma forse lo sguardo di Martino è così acuto da passare le pietre e tanto penetrante da attraversare tutti gli ostacoli. Oppure è stato un angelo, portato dalle sue ali, a volare fino a lui, nel chiuso della sua cella, oppure un messaggero ha aperto il muro opaco penetrando in un luogo impenetrabile. Oppure ancora: nel momento in cui la luce era tutta all’esterno, Martino aveva una sua luce all’interno? Oppure è possibile che mentre il suo corpo stava fermo in un luogo, il suo spirito vagasse velocemente? Spiegate voi, sapienti oratori, e, abili parlatori come siete, penetrate nel mistero. Che cosa possono i vostri numeri e i vostri atomi, i vostri ragionamenti e i vostri discorsi? Qui la vostra abilità vi sparisce da davanti agli occhi perché se non guardate Cristo non vedete nulla. Grande è la potenza di Dio, grande è il potere che dà a Martino. Grazie all’aiuto divino, questo uomo ammirevole compie ciò che gli altri nemmeno conoscono; grazie ai meriti della fede, egli ottiene ciò che sarebbe precluso alla sua natura di uomo. 

La collera di Brizio 

vv 520- 571 Mi resta, a gloria del santo, ancora un episodio da raccontare. Ormai la pagina è quasi piena della mia scrittura e si avvia alla fine. Un giorno il santo stava seduto sul suo duro sgabello di legno e di lì vide due demoni su una roccia a strapiombo. Erano avvolti in un nero mantello, e mandavano urla spaventose. Questi operatori di menzogna lanciavano frecce di fiele. Artefici di ingiustizia, pesanti macchine armate per recare dolore, dalla loro bocca avvelenata di serpenti facevano uscire queste parole: «Ehi, Brizio239 , fai vedere cosa possono gli accessi di collera!» Ripetono questo invito, fino a quando Brizio, spinto dal male, forza le porte e prende ad ingiuriare Martino. Il compagno di Satana240 con l’animo sconvolto vomita un insulto dietro l’altro vantandosi di avere più meriti del santo. Gesticola, così, in preda alla rabbia e, avvelenato dall’odio, dà una immagine falsa di sé241 . Esalta le azioni della sua vita, emettendone temerariamente, lui stesso, un giudizio; lancia intollerabili e infondate vanterie, sembra preda inerte del vento, simile all’ombra di una foglia, scuote la testa, si alza dritto. Il suo debole spirito è sconvolto, il suo animo agitato; scalcia e gonfia il petto; privo ormai di ogni senso della misura, insuperbisce e sembra un attore sulla scena242 . La sua ragione sconvolta vacilla, non si trattiene più e riversa ingiurie truculente sul vescovo. Ma perché mortificare così Martino e coprirlo di fango? Perché tanta crudeltà contro un uomo pacifico, perché tanta arroganza e tante minacce contro un uomo umile? Perché inoculare tanto amaro in un animo così dolce? Non è decoroso che un uomo pio debba udire simili cose, che un uomo buono le debba sopportare. E tuttavia Martino arde di pietà e non attacca il suo nemico, accoglie con animo sereno l’amico furioso, accoglie amichevolmente colui che è avvelenato dall’odio. Tranquillizza il rabbioso, lo blandisce con dolci parole: non riesce a non essere padre, un padre senza fiele anche nei riguardi di un nemico. Il santo alza le sue preghiere e subito i demoni fuggono. Brizio, fuori di sé fino ad instante prima, riacquista le sue facoltà mentali, corre verso il vescovo, lo prega e lo implora. Tutto il suo corpo chiede pietà243 . Dalla generosità di Martino, ecco sgorgare impetuosa l’indulgenza: il colpevole non ha bisogno di piangere o pregare a lungo, non deve moltiplicare le sue suppliche per ottenere perdono perché la cosa che più preme a Martino è assolvere il peccatore dalle sue colpe: egli valutava che fosse una perdita qualsiasi cosa non avesse concesso di sua spontanea volontà e un suo guadagno rimettere i debiti di chi gli vuole recare offesa. Corre incontro a chi gli chiede il dono della riconciliazione, desideroso di non essere in conflitto con alcuno, di perdonare tutti, sempre disponibile a legare solo con i patti della pace e a sciogliere dalle colpe. Si rifiutava di procurasi un danno attraverso la riparazione di un delitto perché, quando si opera nella carità, è già vendetta sufficiente la clemenza la quale miete le messi dell’amore e non ha bisogno di ergersi a punitrice: la clemenza si alimenta di ogni atto di bontà e la pace è la sua dote e la sua gloria. Dunque questo guerriero della santità, questo soldato dell’esercito della pietà, che ama i patti della riconciliazione e trionfa rivestito delle armi della pace, apre il suo cuore misericordioso alla parole del supplice, dolcemente conduce il peccatore tremante nel porto riparato del perdono e, forte della suo consueto affetto paterno, lo riaccoglie nella comunità. 

L’ultimo panegirico 

vv 572- 593 Queste erano, dolce padre, le tue offerte, i tuoi santuari, i tuoi altari. Queste erano le tue ricchezze, i tuoi tesori, i tuoi regni, i tuoi denari, i fiori, i profumi, il cibo, il sapore, il vino, il cinnamomo, il balsamo, l’incenso. Questo era, santo padre, tutta la tua preoccupazione, assoluta e totale: meditare sul Cristo con la pietà del tuo cuore e nei tuoi atti, rifiutare di restituire il male, avere pietà dei peccatori e perdonare loro. Indulgente verso il peccato, presidio del perdono, rifugio dei colpevoli, speranza dei miserabili, persecutore dei diavoli, difensore dei fedeli, riscatto dei prigionieri, strada per chi si è smarrito e cura per chi è malato, guaritore di tutti, di tutti innamorato, di tutti irripetibile amico: come potrò io lodare degnamente te che tutto il mondo esalta244 ? E quale lode sarà sufficiente per uno che tutta la terra sente di dover onorare? E anche volendo riferire ogni cosa di te, come potrei se nemmeno l’universo intero può spiegare245 ? Tu tieni Cristo abbracciato a te, sempre, tu lo hai nel cuore e sulle labbra, non puoi accettare che il Signore si allontani senza te e, anzi, il Tonante lo tieni sempre vicino, legato con le catene dell’amore. E il Dio dell’amore, legato dalle tue preghiere, non si scioglieva: la sua amicizia, la tua fede ti hanno conferito un primato che ti eguaglia ai raggi solari e al correre della luna. Tu avanzi luminoso e splendido, bello, se posso dire, come la stella del mattino, fulgido eroe che rifletti il fulgore di Dio, e irradi luce a tua volta, nel candore della tua veste, nel fulvo brillio del tuo magnifico diadema. 

Fortunato Venanzio implora l’aiuto di Martino 

vv 594- 620 Ricordati delle mie suppliche, padre ricco di grazie, esaudisci il tuo servo, il povero Fortunato, che trema per i suoi peccati. Attorno a lui latrano rabbiosi i suoi peccati mortali e lo straziano profondamente le crudeli ferite dei suoi errori. Ti prego, intercedi perché sia perdonato, tu che hai ottenuto la corona della vittoria246 . Salva dal pericolo la tua pecora, o buon pastore, impediscile di arrancare, che non resti fuori dall’ovile. Tendigli, padre eccelso, la tua mano, sorveglia i suoi passi, dirigi la sua anima, pesa le sue gravi mancanze sulla bilancia dell’indulgenza. O piuttosto prega, generoso e amoroso come sei, perché ottenga misericordia; con la tua dolcezza ottieni il ristoro di un balsamo di conciliazione. Sii mediatore tra Dio e il peccatore; in ginocchio e con le palme tese al cielo, prega silenziosamente mentre la tua anima attraversa lo spazio. Quando verrà il giudice dell’universo -tu stesso sarai chiamato a sedere alla sua destra-, arbitro delle nazioni, sgomento dei popoli davanti al suo tribunale, ottieni in nome dei tuoi meriti che io possa sfuggire alla fornace dalla fiamma crepitante. Ti prego: nascondi la mia fragilità sotto il velo della tua santità, scampami dal fuoco che tanto mi fa tremare rivestendomi col tuo mantello. Io so che Cristo, il quale ti associa al suo regno destinato ad esistere nei secoli, ti può concedere la grazia per qualsiasi peccatore. Ti prego: ricordati del tuo servitore in Cristo, santo padre, per quello stesso Dio di cui tu contemplerai la luce in eterno. Concedimi il perdono, dolce, amorevole, caritatevole, benigno patrono se, nel tentativo di raccontare nella mia poesia il tuo splendore, gli ho invece arrecato danno. Ma non c’è racconto che riesca a condensare tutta la tua gloria infinita che Dio ha ugualmente diffuso sulla terra e nel cielo. 

Il congedo247 : vada il libretto di Fortunato fino a Ravenna dove Martino gli ha ridato la vista 

vv 621- 712 Rallenta la tua corsa, mio libretto, e vergognati un po’ del tuo narrare sconclusionato. L’ordito manca di qualche punto e reca numerose grinze; i fili, male intrecciati, lasciano vedere sotto i nodi una stoffa ruvida, simile al tessuto grossolano fatto con gli ispidi peli di cammello, là dove, per Martino, si sarebbe dovuto tessere un mantello di seta oppure intrecciare pagliuzze d’oro ai fili di una folgorante pretesta o far correre delle perle legandole al tessuto di una toga color giacinto oppure intrecciare una cangiante corona con rose, gigli e gemme. Ma la lingua, spossata, ormai riposa e ti chiede licenza, mio libretto. Contentati di raggiungere le mura di Tours e di recare le tue suppliche nel luogo dove il vescovo Martino ha il suo venerabile sepolcro: una tomba famosa che da qui protegge quelle che furono le sue campagne. Che egli ti conceda soccorso amorevole perché quel generoso nei secoli sa che nulla mi appartiene, ma che si tratta dei suoi doni che tornano a lui. Se tuttavia avrai voglia di entrare, fatti coraggio. Di lì, tranquillo e spedito, raggiungerai la città dei Parisii248 , che ora è retta dal vescovo Germano e che, per il passato, era la diocesi di Dionigi249. Se poi procederai nel tuo cammino, onora la tomba di Remedio e abbraccia il santuario del beato fratello Medardo250 . Spero poi che tu possa attraversare i fiumi delle terre occupate dai barbari e che tu riesca a passare, in tutta sicurezza, il Reno e l’Istro251 : dirigiti allora su Augusta252 dove c’è la confluenza del Virdo e del Licca253 : lì tu venererai le sante reliquie di Afra martire254 . Se poi hai voglia di proseguire sulla tua strada e non trovi ostacolo nei Baiovari255 , attraversa le Alpi proprio nella regione vicino alla quale abitano i Breoni e poi immettiti nella valle in cui scorrono le impetuose acque dell’Eno256 . Da qui mettiti a cercare il tempio del benedetto Valentino257 e indirizzati poi verso il Norico dove le acque del Birro compiono un ampio giro258 . Poi la strada segue la Drava su cui incombono dei fortini259 ; là, tra le montagne, sopra una collina, troneggia Agunto260 . Imbocca rapidamente, da qui, la strada che conduce verso le Alpi Giulie le cui cime sono tanto alte da perdersi tra le nubi. Poi esci attraverso Forum Iulii (così lo chiamano, dal nome di Cesare)261 e quindi, costeggia la rupe su cui sorgi, o Osoppo263 . Di là vai a Ragogna che, bagnata dalle acque del Tagliamento, ne sorveglia la vallata.264 Di là prosegui attraverso le distese di campi verso le terre del Veneto265 , seguendo ancora ai piedi delle montagne la linea dei castelli fortificati. Se ti capiterà di avvicinarti alla città di Aquileia, venera con tutto il tuo cuore i Canziani, amici del Signore266 e l’urna benedetta del martire Fortunato267 ; venera con fervore il vescovo Paolo268 il quale sin dai miei primi anni voleva che mi dessi alla vita religiosa. Se tu segui la strada che passa attorno a Concordia269 , sappi che lì si trovano due santi famosi, Agostino e Basilio. Se poi riesci ad entrare tranquillo nelle terre dove sorge la mia Treviso270 , vai in cerca, ti prego, del mio famoso amico Felice271 , a cui Martino un giorno ridonò la vista nella stessa occasione in cui la ridonò a me. Avanza attraverso Ceneda272 e vai a visitare i miei amici di Duplavilis273 : è la terra dove sono nato, la terra del mio sangue e dei miei genitori. Qui c’è l’origine della mia stirpe, ci sono mio fratello e mia sorella, tutti i miei nipoti274 che nel mio cuore io amo di un amore fedele. Valli a salutare, ancora ti chiedo, anche se di fretta. Se non ci sono ostacoli sulla via per Padova, recati in quella città. Là, te ne prego, deponi un bacio sulla tomba della santa Giustina275 . Vedrai rappresentati su una parete i prodigi operati da Martino e, sempre là, fai il tuo dovere presentando i saluti all’eminente vescovo Giovanni276 e ai suoi figli che furono un tempo miei compagni di poesia. Quindi incamminati lungo il corso del Brenta, poi lungo quello del Reteno277 ; una volta attraversato l’Adige, sali su un battello del Po: la sua corrente veloce spingerà la tua agile barca. Di là dirigiti del tutto tranquillo verso la placida Ravenna e, quindi, visitando piamente i luoghi consacrati ai suoi santi, venera la tomba del grande martire Vitale278 e quella del buon Ursicino che condivide con lui la condizione di beato. Poi bacia la soglia della magnifica basilica dedicata ad Apollinare, inginocchiati supplice e quindi visita ogni chiesa. Cerca l’altare di Martino, il piccolo santuario nel quale il Creatore mi ha reso la vista, contro ogni speranza. A chi mi ha fatto un simile dono, offri in cambio, almeno queste parole, ti prego. È nella basilica innalzata a Paolo e Giovanni279 , che una parete presenta una raffigurazione del santo. Il colore è così delicato che viene voglia di abbracciare il santo280 . Ai piedi del giusto, è stata ricavata nel muro una artistica nicchia: vi arde una lampada la cui fiamma fluttua dentro un’ampolla di vetro. Ad essa mi sono avvicinato di corsa, perché mi tormentava un vivo dolore; gemevo perché la luce stava fuggendo dalla finestra dei miei occhi. Appena li toccai con l’olio consacrato, quel vapore di fuoco abbandonò la mia fronte malata: il guaritore è lì, col suo dolce balsamo fa sparire il male. Quel prodigio operato in me, i miei occhi non lo hanno mai scordato. Infatti davanti ai miei occhi, torna nitida la visione della loro guarigione e finché avrò corpo e vista non dimenticherò. Poi te ne prego, cerca quanto più diligentemente puoi i miei compagni281 e, se parlerai con i miei amici, il tuo amore ti accorderà la loro grazia. Io fornisco questo materiale grazie dal quale possano, con il loro stile elegante, comporre e far fiorire un poema che canti le gesta di Martino: col loro splendido genio poetico creeranno un’opera degna di essere diffusa in tutto l’Oriente. Martino, l’eroe che i suoi meriti rendono radioso, certo non ha bisogno di questi versi perché la fama trionfante del suo potere occupa i cammini del mondo, si estende sulle pianure, varca i mari, brilla perfino oltre le stelle. Egli distribuisce alle genti l’elemosina delle sue prodigiose cure ma tutti i suoi doni egli li riceve dal suo Signore di cui è al servizio. Ovunque si estende il nome di Cristo, si estende anche la gloria di Martino.

Per consultare le NOTE dell'autore Giandomenico Mazzocato ALLA TRADUZIONE visitate il sito www.http://www.giandomenicomazzocato.it

 

San Martino Protettore

San Martino è patrono e protettore di : albergatori, animali domestici (in particolare oche e cavalli), astinenza (di chi la osserva), banditori, bottai, campi e raccolti, cappellai, cavallerizzi e cavalieri, ciabattini, conciai, detenuti, fabbricanti di cinghie e cinture, fabbricanti di maioliche, fabbricanti di spazzole, fanteria, mense (addetti alle), mercati (coloro che vi commerciano) mugnai, pastori, poveri e mendicanti, sarti, soldati, tessitori e vendemmiatori, viticoltori, protegge da dissenteria, erisipela, eruzioni e morso dei serpenti.

San Martino Vs. di Tours

San Martino

Orario SS Messe

Feriali
(da lunedì a sabato) = Chiesa di S. Giuseppe
ore 18,00 (ora legale fino alla fine di giugno)
ore 18,45 (luglio e agosto)
ore 18,00 (settembre e ottobre)
ore 17,30 (ora solare fino alla fine di marzo)
Festive 
ore 8,30   Chiesa di S. Agostino
ore 10,00 Chiesa di S. Giuseppe
ore 11,15 Chiesa di S. Martino

Tempo di Avvento - Incontrare Cristo Gesù


E’ iniziato il Tempo di Avvento, tempo di attesa della venuta di Gesù.
Cristo Gesù è venuto nel tempo e nella storia dell’uomo da due millenni e di questa sua venuta facciamo memoria nel Natale; ma l’attesa di Cristo ci proietta verso la sua venuta finale e gloriosa come giudice della storia e dell’uomo. Quindi la nostra attesa e impegno di vita ora è rivolta a questo incontro finale.
Ma ciò che conta è fare dell’Avvento l’occasione propizia per conoscere e accogliere Gesù Cristo in noi. Al Signore sta a cuore che ogni singola persona cammini incontro a Lui e faccia un’esperienza personale di Cristo. L'Avvento

A tutti voi auguro la scelta giusta e un cammino vero e sincero incontro a Cristo.
Auguri di un “ Santo Natale ” !

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