Fortunato riprende a navigare: affronta acque ancora più difficili e ora ha un nuovo compagno, Gallo 

vv 1- 23 Fino ad oggi l’ancora era infissa su fondali propizi150 . Appoggiata sull’arpione inerte, ha prolungato i suoi indolenti ozi, mentre il dolce alito del vento culla il mio sonno e l’ombra mi avviluppa vicino al molo e alla verde sponda. Ecco che il giorno luminoso fa avanzare l’aurora fiammeggiante e il marinaio spinge la sua navicella verso l’alto mare. Ormai anche per me è ora di sciogliere le gomene, lasciare i canneti del litorale, alzare le vele ai venti. Prima mi pareva di navigare attraverso le schiume dell’Adriatico, tra i rauchi rumori della tempesta, trascinato dai gorghi marini: mi era guida Sulpicio che con la sua affascinante parola e il suo stile elegante ha così efficacemente raccontato la santa vita di Martino; quella stessa vita che io ho appena percorso col mio piede zoppicante in due libri in cui, coi miei modesti mezzi, cerco di raccontare le gesta del grande patrono. Ora però mi sembra di avere davanti i marosi dell’Oceano e di affrontare una rotta ben più pericolosa sulla quale i flutti azzurri si scontrano con violenza: la mia navicella, la tempesta, l’abisso trasformano la paura in terrore. E tuttavia, mentre mi dirigo in alto mare, che Gallo faccia risuonare nelle mie orecchie le gesta del santo uomo: così si acquieteranno le turgide onde rigonfie e la fatica della mia navigazione sarà alleggerita dal suo racconto ora dolce ora pungente. Eccomi ormai preda dei marosi, mentre la costa sparisce alla vista. Prenda il remo Gallo allora, e Martino governi le vele. E che Cristo susciti i venti e le onde che mi possono ricondurre in porto. Ora, in questo mio andare per mare, marinaio a mia volta, anch’io provo a raccontare le gesta del santo. 

Martino dona la sua veste ad un povero 

vv 24- 73 Nei mesi invernali, quando il Bosforo incatena le sue acque e la tempesta vieta alle prue di solcare le distese marine, quando l’Oceano impedisce di recare i propri commerci fino alle isole dei Britanni e i semi nascondono i loro germogli sotto una crosta ghiacciata, quando l’acqua, penetrata dal gelo, si indurisce e l’erba appassisce, un povero malato stava davanti alle porte della chiesa elemosinando una veste. Ma il freddo era tale che la sua lingua era legata e dalla bocca non usciva neanche una parola. Il santo dà allora ordine ad un diacono di rivestire il mendicante. Si tira quindi in disparte, in un luogo dove può in tranquillità sfuggire all’accorrere della gente. Ma di lì a poco Martino si rende conto che il povero ancora trema e non ha ricevuto nulla, si leva la sua tunica e con quell’indumento ricopre l’uomo ormai intirizzito. Ma lo fa di nascosto, senza alcun testimone, e poi dice al povero di allontanarsi. Arriva poi l’arcidiacono che invita il santo a farsi avanti, ma Martino gli ingiunge prima di rivestire il nudo. A questo santo richiamo, l’arcidiacono rimane esterrefatto e stupito: non sa che fare, non vede alcuna persona nuda. Non può sapere che si tratta del suo vescovo, seduto vicino a lui; sfugge ai suoi occhi che Martino non è, al di sotto, coperto dalla tunica perché il corpo, protetto dall’anfibalo151 , non era visibile. L’enigma che gli pone Martino lo angoscia, la domanda lo imbarazza e non riesce vedere quale soluzione dare al problema del povero. Allora riprende la parola il santo: «Portami un mantello, il povero che ha bisogno di coprirsi c’è davvero». Il diacono si infuria e porta a Martino un indumento grossolano. Lo butta ai suoi piedi ed esclama: «Ecco la veste ma non c’è chi ne ha bisogno!». Il santo indossa la villosa cappa di Bigerra152 , lui, che nemmeno una veste candida e risplendente di fili d’oro avrebbe degnamente ricoperto. Quindi avanza, altissima dignità e poverissimo vestito: una miserabile veste per un membro del senato celeste. Mentre celebra il santo ufficio davanti ai fedeli e la sua mano benedice le offerte sul sacro altare, all’improvviso sorge dal suo capo un globo di fuoco che non brucia153 . La fiamma si muove dolcemente, gli sfiora la nuca e i capelli, lo accarezza delicatamente. Fulgore potente e luce fiammeggiante, è diadema sul suo capo, è emblema dei meriti di Martino, lo circonfonde di luce come se fosse una veste, gli tributa l’ossequio negatogli dal diacono, rivela e illumina il gesto che lui aveva tenuto nascosto. O ricco povero, non pago di possedere una sola tunica: non ne possiedi un’altra e ti vuoi privare anche di quella nel momento in cui ritieni che esista una veste ancora più grossolana. E anche la cappa più leggera ti è pesante quando un povero grida il suo bisogno. Pur che un ignudo sia rivestito, tu desideri di procedere nudo: non stai a dividere il tuo bene ma lo regali intero a chi ne ha bisogno perché sai che la tua unica ricchezza consiste nel non negare nulla di ciò che ti si chiede, e di farti ancora più povero donando tutto agli altri poveri. Non ti sei vergognato, o venerabile padre, a restartene ignudo. Né la tua fede né il tuo amore hanno provato vergogna per tale privazione: tanto più fede e amore accrescono la tua gloria, quanto meno tu pensi a te stesso. Vorrei parlare ancora più a lungo su questa bella storia che riguarda la nudità, ma altre vicende attirano la mia voglia di raccontare. 

Martino guarisce Evanzio154 : la strada gli pesa e allora lo guarisce da lontano 

vv 74- 96 Evanzio, uomo dalla fede ancora vacillante, giaceva malato sul suo giaciglio, debilitato dal male e già le sua labbra erano attraversate dall’ultimo respiro. In fretta mandò la sua invocazione al vescovo, convinto che se Martino avesse intrapreso quel viaggio, egli lo avrebbe ricondotto alla vita: venisse velocemente, dunque. Martino non esita, si mette in viaggio. Il suo è il passo di un vecchio e allora, non ancora giunto a metà del percorso, si fa precedere dalle sue virtù di guaritore prima ancora di essere fisicamente davanti al malato. È la somministrazione della medicina ad annunciare che il santo sta arrivando ed è la cura a fare da battistrada e a segnalare che lui tiene dietro. Lento è il piede dell’eroe ma il rimedio lo precede velocemente e una salubre brezza reca il profumo che preannuncia l’arrivo del santo. Gli unguenti, per portare velocemente soccorso, volano attraverso l’aria. Come il sole irradia il suo calore lontano dalla sorgente, così Martino possiede la capacità di recare aiuto anche dove non è presente. Davvero una cosa meravigliosa: la malattia è messa in fuga e il malato si alza prima ancora che il medico gli tasti il polso. Evanzio corre incontro al santo, gli rende omaggio, lo ringrazia: è proprio lui ad accompagnare nella sua casa chi lo ha restituito a sé stesso ridonandogli la vita. È felice e salta colui che fino a qualche istante fa giaceva sul suo letto. Intanto, dopo aver sperimentato la virtù meravigliosa di Martino, Evanzio, guarito, supplica il santo di fermarsi nella sua casa fino al giorno dopo. Il giorno è ancora breve ma egli vuole avere davanti agli occhi un simile ospite: la sosta, tuttavia, si traduce in un’altra occasione di guarigione. 

Martino guarisce uno schiavo morso da un serpente 

vv 97-120 Durante quel soggiorno uno schivo venne colpito dal velenoso dente di una serpe; la furia del veleno gonfiò il corpo della vittima. La morte sgradita rifiutava di accordare alla vita qualsiasi proroga mentre il terribile veleno si impadroniva di ogni parte del corpo. Evanzio allora posò lo schiavo davanti ai piedi del beato Martino, fiducioso nel potere assoluto che a lui conferivano i suoi meriti. Il santo subito prende a sfiorare con le dita ogni singola parte del corpo, tocca le membra che ormai stanno morendo con la sua mano salvatrice. Quindi pone il suo dito sopra la ferita, proprio nel punto in cui il serpente ha portato il suo attacco, e subito un rivolo di veleno prende a rifluire da ogni parte, ripercorrendo a ritroso la strada che la vipera aveva aperto. Il santo allora cerca con gli occhi il punto in cui la materia purulenta si raccoglie e rigonfia la pelle, preme col pollice e fa uscire dall’orifizio lasciato aperto dal terribile morso il veleno che il serpente vi ha inoculato. Il sangue cola denso, come latte dalla mammella di una capra, e la piaga tumefatta vomita la morte dalla ferita in un rivolo filante e viscoso, liberando il veleno ad ogni pulsazione della vena. Il sangue, spinto attraverso il canale delle vene, trascina con sé il veleno ormai inoffensivo e il passaggio che Martino ha aperto consente di far refluire in senso inverso il liquido mortale. L’assalto della fede ha sconfitto il morso virulento del serpente: la sua arma è andata distrutta nel momenti in cui si è rivelata incapace di distruggere. Lo schiavo si rialza in piedi e sul suo viso non resta nemmeno traccia del pallore. Il padrone lo guarda ammirato, ed è sbalordita anche tutta la gente di casa vedendo correre al suo lavoro colui che vedevano già avviato al sepolcro. 

Martino viene preso a nerbate dagli esattori delle tasse e perdona i suoi carnefici 

vv 121- 152 In un’altra occasione il santo vescovo che visitava, secondo la sua abitudine, le singole parrocchie della diocesi155 , si imbatté in un carro del fisco. Era vestito di una ruvida cappa. In quel momento le mule, impaurite alla vista dei lembi svolazzanti della cappa del santo, portano il carro fuori strada e lo rovesciano. Il conduttore e il soldato, abbandonati carro e redini, si scagliano su Martino e, senza che lui ne abbia colpa, lo prendono a bastonate e frustate: ben miserabile contropartita offre alle bestie da tiro il massacro di un uomo. Martino, schiacciato da quella grandine di colpi, sopporta, aspetta che sbollisca la furia dei picchiatori, non muove le mani per colpirli a sua volta. Dalla sua bocca, nemmeno un gemito. Per questo un ancor più spregevole furore aggredisce quelli che lo stanno picchiando e che scambiano la sua pazienza per disprezzo: più Martino sopporta, più essi incrudeliscono. Quindi tornano al carro: imprecano sempre di più e la vendetta sazia la fame della loro ira furibonda. Ordinano alle mule di muoversi e di rimettere il carro sulla strada, urlano a gran voce, menano bastonate, straziano le loro carni a frustate, le spintonano, ma le due coppie di bestie non tirano più il loro carico. Rimangono impiantate nel terreno, sfinite, immobili come statue di bronzo. Sembra che il terreno si sia liquefatto e ora le tenga impastoiate in una sorta di colla, che siano inchiodate nel fango. Gli uomini si rendono conto di essere bloccati dal potere di un dio e allora si mettono a correre, veloci, chiedendo il nome del viandante: scoprono che è Martino quello che hanno tanto crudelmente trattato. In preda alla confusione, abbassano la testa, piangono, arrossiscono di vergogna. Si gettano davanti ai piedi del santo e lo pregano di perdonare il loro errore: che lasci partire le mule bloccate. Martino aveva ordinato che restassero bloccate, ma, dice156 , approva il loro pentimento, ha care le ferite ricevute, dà il suo perdono. Conclude col suo consenso a partire. Il potere di Martino li ha legati, la sua affettuosa indulgenza li ha sciolti. Il prosieguo del viaggio dipende dalla sua parola: la sua voce li ha bloccati, la sua voce li libera. Il carrettiere si riappropria del giogo, delle redini, della reda, delle mule. 

Martino resuscita un fanciullo 

vv 152-208 Ancora un prodigio. Durante un suo viaggio, Martino giunse nel territorio dei Carnuti157 . Ovunque, nei campi, gli si faceva incontro una folla pagana, spinta dall’affetto che avevano per il santo, anche se non credevano ancora in lui. Affluivano da ogni parte per godere di uno spettacolo mai visto: il sigillo di Cristo non brillava ancora su di loro, su loro ancora non scorreva la santa onda del Tonante, generatore del Verbo. Gioisce, Martino, perché il Signore gli svela i suoi arcani progetti; comprende di essere giunto in un luogo che può diventare un campo fertile di messi. Comincia il santo coltivatore, con la parola, ad arare quei cuori incolti; con la sua limpida predicazione ripulisce quella sodaglia coperta di rovi; apre i solchi, ripassa, ripassa una seconda volta, una terza e una quarta, poco a poco dona la vita e la capacità di dare frutti a campi sterili. Sparge in quei popoli rozzi la novità del seme cristiano. Nelle anime di quegli uomini nascono teneri germogli e i virgulti crescono dolcemente nei solchi diritti. Cosa può fare il santo davanti al raccogliersi di quelle folle immense, unico operaio davanti ad una messe così abbondante? Apre la terra, vi depone il seme, semina, innesta, lega, stringe158 . In quell’occasione una donna, avvilita per la morte del figlio, lo porta davanti a Martino, reggendo il corpo sulle braccia protese: scoppia in un pianto disperato, intona selvagge cantilene di morte. Lo strazio la fa singhiozzare a tal punto che a stento riesce ad articolare qualche parola: «Potente amico di Dio, venerato nel mondo intero, tu che, con il tuo amore sempre accanto a noi, ti lasci commuovere da chi si lamenta, questo corpo gelido ti dice qual è il mio ardente desiderio. Eccolo mio figlio, me misera, strappato dal mio seno. Sua madre ero, e ora non ho più né speranza né erede. Mio figlio è morto e con lui è venuta meno la mia famiglia e i frutti che speravo di cogliere. Non ho più ciò che mi compensava del dolore del parto, nessuno cui rivolgermi con tenerezza, cui appoggiarmi quando sono stanca, cui dare il mio latte. Il ruolo stesso di madre è ora ridotto a nulla. Tu sei la mia ultima speranza, recami l’aiuto della parola che guarisce, restituiscimi mio figlio, fai che non resti senza significato il nome di madre. Se il mio bambino non torna che mi trascini con sé nella morte». Tutto il popolo la sostiene urlando: «O santo uomo esaudisci, le sue preghiere». Una sola voce rimbomba da ogni bocca: «Abbi pietà di chi ti supplica». Allora il santo vescovo si inginocchia in mezzo alla campagna, poi si prostra davanti agli occhi di tutti, opera quanto può per il popolo di Dio, cerca di riconquistare un agnello per fare più grande il gregge. L’Onnipotente acconsente, e così la gloria del suo servo raggiunge l’apice. Il buon avvocato dunque ha parlato, ha inviato le preghiere all’orecchio divino. Recita la sua arringa ben ordinata, la conclude: a questo punto il vecchio si alza, nel bambino torna la vita: viene restituito al seno materno con tutto un popolo a testimoniare l’evento. Si alza un clamore immenso e nuovi desideri si agitano nei cuori degli uomini, stupiti che un uomo abbia cambiato le dure leggi159 della morte, un uomo mortale capace di imporre il proprio diritto alla morte. In massa, allora, professano il Cristo loro dio e loro signore e pregano Martino di ammetterli nei ranghi dei battezzati160 , secondo le regole cristiane. E subito, in quella landa, il popolo intero accede al catecumenato. Non hanno bisogno di templi né di recinti resi sacri da un altare: un campo espleta generosamente la funzione di chiesa e i riti, abitualmente celebrati in luoghi chiusi, ora si svolgono sulla spianata di una campagna. La morte di un solo fanciullo ha generato la vita per un popolo intero e, per un individuo riportato sulla terra, tantissimi riconquistano il cielo. Fortunato esercito, guidato da Martino! 

Martino e l’imperatore Valentiniano 161 

vv 209-246 Al tempo in cui l’imperatore Valentiniano, fiero che il mondo fosse asservito alla potenza di Roma, esercitava il potere conferitogli, Martino fu costretto da una pia causa a recarsi a corte. L’imperatore, presagendo che il santo gli avrebbe fatto delle richieste che lui non era in grado di soddisfare, dà disposizione che Martino sia respinto dalla città. E vieta, istigato dalla moglie che in quel tempo era seguace di Ario, che quel giusto passi le porte e si introduca nel palazzo. Ma il santo, nel vedersi con tanta perfidia respinto e cacciato dalla corte, torna rivestito delle sue consuete armi. Cinto di cilicio, cosparso il capo di cenere, segue la regola del soldato di Cristo: rifiuta cibo e bevande, si dedica, notte e giorno, senza interruzione, alla preghiera. Da sette giorni ormai, spinto dall’amore, il santo ha iniziato la guerra e si consuma nelle sue armi, ed ecco un angelo apparire vicino al santo e ordinargli di raggiungere il palazzo. Martino, confidando nel suo aiuto, si dirige verso la città, senza che alcuno lo fermi all’ingresso. Arriva al cospetto dell’imperatore. Valentiniano, nello scorgere il santo, viene preso dall’ira per quella visita. Il santo gli è davanti e lui nemmeno si alza dal suo alto trono. Subito un vivo fuoco corre sul soglio imperiale; la fiamma vaga e oscilla la dove risplende il morbido sedile, si spande impetuosa per fare giustizia della colpa dell’imperatore e per temperare col suo calore l’inflessibilità della sua anima ostinata162 . Le lingue di fuoco cominciano a bruciare, l’incendio attacca l’imperatore e la sua augusta autorità viene umiliata dalle fiamme rabbiose. Valentiniano lascia all’istante il trono, si rizza in piedi e, in preda alle fiamme, abbraccia le ginocchia di Martino, poi si rotola ai suoi piedi. La punizione ha dunque costretto quell’uomo arrogante a comprendere il proprio errore: Valentiniano apprende quanto poco valga il suo regno, mortifica la sua altera maestà: reclina il suo capo imperiale fino ai piedi di Martino e, fattosi rispettoso, non attende nemmeno che il giusto esprima le sue richieste. È lui, l’arrogante, ad esaudire i desideri del supplice prima ancora che egli li esprima. Più e più volte l’imperatore prepara per il santo un solenne banchetto regale e, al momento di partire, testimonia con dei doni il suo favore. Ma il santo, così forte nella sua povertà, rifiuta ogni cosa e il disprezzo per i doni lo fa apprezzare ancora di più dall’imperatore. La ricchezza di Martino è tanto più grande quanto meno egli si dimostra ambizioso e avido. Ogni ricchezza appartiene solo a colui che non chiede nulla. 

Martino viene servito a tavola dalla moglie di Massimo163 

vv 247- 268 Un altro episodio. Al tempo in cui a reggere l’impero164 di Romolo era Massimo, il quale era salito al più alto grado grazie alla vittoria in una guerra civile165 , costui invitava sempre più spesso Martino nel suo sontuoso palazzo. Tutti i discorsi vertevano sulla vita nella luce del cielo: quali onori, quali riconoscimento dei meriti e gloria, quali palma e corona ci sarebbero stati per i giusti? E intanto la regina bagna in continuazione i piedi del santo con le sue lacrime, distesa a terra e tutta tesa ad esaudire gioiosamente i suoi desideri166 . E gioiosamente gli chiede di poter lei stessa preparargli il cibo: la sua affabilità ottiene quello che l’autorità di Massimo167 non era riuscita ad ottenere. L’imperatrice gli porta personalmente la sedia, gli imbandisce la tavola, gli versa l’acqua sulle mani: lei, da regina divenuta umile serva, gli reca lietamente i cibi che ha cucinato con le sue stesse mani. Per tutto il tempo in cui il santo siede a tavola, lei rimane in piedi, immobile. Porta quindi via i piatti e gli porge personalmente la coppa: serva capace, da sola, di soddisfare ogni desiderio di un solo uomo. Quando la cena finisce, la regina lavora ancora e raccoglie frammenti di cibo, avanzi, croste e briciole: tutto è, per lei, preferibile alle vivande imperiali. Martino si è comportato in questo modo per far uscire dal carcere dei prigionieri, per consentire il ritorno ai lari domestici di chi era stato condotto in esilio. O santo padre, poca gloria aggiunge a te quello che l’imperatrice ha fatto, ma la sua maestà è cresciuta in prestigio dopo averti servito. 

La paglia su cui Martino ha dormito diventa un’arma contro il demonio 

vv 269- 295 Sul confine fra il territorio abitato dai Turoni e quello abitato dai Biturigi, sorge un villaggio che gli abitanti chiamano Claudiomago168 . Caso volle che Martino passasse di là e fosse alloggiato nella bella sacrestia della casa del Signore. Una volta partito il santo, alcune vergini consacrate si recano a cercare i posti in cui egli era stato in piedi, e dove si era seduto, disteso, inginocchiato. Sfiorano ogni cosa con le labbra, ogni cosa recano alla bocca per baciarla. Si dividono come una santa reliquia la paglia del suo giaciglio: la leggerezza delle pagliuzze trova compensazione nel peso del potere che hanno acquisito. Nessuno dei fuscelli toccati dal santo resta inutilizzato e, in seguito, la tenera paglia avrebbe spezzato potenti forze. In effetti c’è un uomo violentemente posseduto dal feroce nemico169 e lo spirito dell’errore170 agisce furiosamente in lui: afferra la sua preda, la fa follemente ruotare come attorno ad un perno. Basta un fuscello appeso al collo dell’uomo per far fuggire il demonio, basta una festuca di frumento per mettere in fuga lo spaventoso nemico. Uno stelo, fertile di frutti, viene vibrato come una freccia contro il demonio, l’esile paglia, simile a rigida falarica171 , vola a trafiggerlo. Il demonio mai avrebbe altrettanto temuto una punta di ferro, e nemmeno avrebbe avuto paura del dardo scagliato da un arco o della freccia fatta scivolare veloce dalla coda di penne. Come se un dardo scagliato da un arciere parto avesse trapassato e annichilito172 un nemico, come se un colpo portato da vicino lo avesse straziato, così il demonio rivestito d’acciaio173 trema di spavento per un fuscello. È come se le fiamma viva del focolare fosse consumata in se stessa dalla paglia174 : l’uomo guarisce e il demonio -lupo mostruoso, leone ruggente che abbandona la preda- fugge via velocemente. 

Anche una vacca viene posseduta dal demonio e da Martino liberata 

vv 296- 325 Il santo stava tornando da Treviri, quando si trova davanti, in mezzo ad una spianata, una vacca impazzita che un demonio, aggrappato al suo dorso scosso dalle convulsioni, tormentava. La calcava con le gambe a penzoloni, e la sua frusta fendeva l’aria e batteva la vacca. Mai si erano visti un simile mortifero cursore e una vacca trasformata in cavallo di posta: cavaliere che sprona un animale con le corna, tristo mulattiere, bifolco aggrappato al dorso di una bestia che tortura senza scopo. Egli inasprisce il furore dell’animale in ogni modo possibile: impazzita ad opera di quel crudele cavaliere, la vacca si muove in tutte le direzioni e, sotto il peso del suo aguzzino, galoppa dove la strada è più tortuosa e impervia. Capita proprio vicino al santo con le sue corna minacciose, ma Martino alza una mano e le ordina di arrestarsi: la vacca si blocca sulle sue zampe, già è meno aggressiva. Subito il santo si rende conto della presenza del diavolo ostile e si rivolge a lui: «Vai per la tua strada, belva feroce; fuggi, crudele; torna da dove sei venuto, malvagio; fatti indietro, bestia sanguinaria; smettila di tormentare un animale inoffensivo, essere malefico». La bestia crudele subito abbandona il dorso dell’animale e la vacca riprende il suo abituale, mitissimo carattere. Si prosterna davanti ai piedi del santo, adorante, in venerazione: un animale, privo di intelligenza, piega il ginocchio. Contro la sua natura, riesce a comprendere cosa il santo ha compiuto e gli rende omaggio, anche se non può valutare la grandezza del suo potere. La vacca si inchina ancora di più ora che il suo collo è stato liberato: prima, quando era prigioniera, si impennava, ora, che è libera dal suo persecutore, si abbassa. Quella che si drizzava muggendo infuriata, ora, libera da ogni pastoia, si lascia cadere sottomessa. Non ha voce e allora esprime la sua gioia inginocchiandosi sulle zampe anteriori. Allora il santo vescovo ordina alla vacca di allontanarsi e subito questa torna al suo gregge, liberata dalla parola del pastore175 . Questo prodigio accadde all’epoca in cui il santo fu circondato da lingue di fuoco senza che nemmeno il bordo della sua tunica ne venisse bruciato. 176 

L’amore di Martino per gli umili animali: salva un leprotto dai cani famelici che lo inseguono 

vv 326- 367 Voglio raccontare i meravigliosi prodigi compiuti per i piccoli animali. Durante un viaggio che il santo stava compiendo attraverso le sue parrocchie, vede davanti a lui -una schiera di cavalli scorrazza tutta presa dalla foga della caccia- una preda scovata in mezzo al bosco dal fiuto sottile dei cani. I cavalieri, lanciati all’inseguimento, attraversano la campagna urlando a gran voce, i segugi incalzano e tormentano la lepre in fuga; abbaiando e facendo vedere i denti, la stanano dalle macchie, si allargano, gli avidi predatori, e corrono veloci. L’uno corre sui passi dell’altro, le orme si mescolano: un cane insegue senza abbaiare; un altro squarcia l’aria coi latrati; questo, ingannato da un odore, gira in un bosco vuoto di prede; quello frena il suo slancio davanti ad un cespuglio che si muove. La caccia ad una sola preda fa fremere le fauci di tutti i cani177 : più e più volte passano sopra la lepre, cercando invano di morderla e di ghermirla con gli artigli, ma la preda, agile com’è, riesce a sfuggire. I cani della muta si intralciano l’un l’altro e l’inafferrabile bestiola riesce ancora a sgusciar via. Ma ormai non ha più via di scampo: monti, valli, pietraie, foreste e boschi, ogni rifugio le viene a mancare, ormai fugge nella spianata dei campi, completamente allo scoperto. I garretti non reggono più, i piedi sono stanchi, il muso reclina; è inquieta e attenta ad ogni latrato che esce dalla bocca dei cani. Ma ecco che avverte il segno della presenza di Martino. Devia di colpo dalla sua corsa, cerca di ingannare gli inseguitori, si tuffa tremante nell’erba folta, le orecchie basse, smarrita, angosciata, ansimante. Vacilla, si lascia cadere davanti ai piedi del santo, come uno straniero che domanda asilo: non può farlo con la voce e allora, col suo ansimare, prega di essere salvata. Ora la bestiola giace protetta e difesa da Martino, si riposa coperta dall’ombra ristoratrice di un albero. Come di consueto il santo offre pietoso il suo aiuto, ordina ai cani di fermarsi e di lasciare andare la lepre fuggiasca. E non appena la santa parola raggiunge le orecchie dei cani, quegli agili corridori si bloccano, inchiodati dalle frasi di Martino: lo slancio si arresta, si ferma proprio al colmo del salto e i cani retrocedono, come fossero dei granchi. La piccola lepre, sana e salva, si lancia negli ampi spazi della campagna e, una volta allontanati i cani, torna a percorrere la sua via, calcando sicura sentieri di montagna178 . La lepre fugge, i cani tornano indietro, nessuno è morto: questa è la vera salvezza. È in questo modo che Martino reca la pace anche alle piccole bestie e l’immagine della sua bontà si manifesta nell’impotenza dei cani che impararono ad avere pietà nel momento in cui viene loro vietato di azzannare la preda. Certo, non c’erano uomini sui quali operare prodigi, ma non c’è meno gloria se è stato un animale ad avvertire gli effetti dei suoi poteri miracolosi. 

Alcune espressioni spiritose di Martino 

vv 368- 387 E inoltre, quanto spirito brillò nei suoi discorsi!179 Una volta ebbe a vedere una pecora appena tosata del suo vello ed esclamò: «Questa pecora ha adempiuto al precetto evangelico!180 Questa bestia innocente portava due tuniche e ne ha regalata una, si è spogliata del vello che la copriva e ha rivestito un ignudo». Un giorno Martino vede nei campi un porcaio nudo che, coperto solo da una tunica di pelle, batteva i denti: «Ecco Adamo, tanto tempo fa cacciato dal paradiso ed esiliato dal paradiso terrestre, che fa pascolare la sua mandria di porci. Ora noi dobbiamo spogliarci delle vesti dell’uomo vecchio per prendere le fattezze del nuovo Adamo».181 In un’altra occasione, il santo, mentre osservava dei campi verdeggianti (una parte era adibita a pascolo, per una mandria di buoi; una parte era scavata, per farci pascolare i porci; una parte era una terrazza destinata ad ospitare fiori e, in effetti, incoronata di fiori) istituisce tre paragoni con queste tre situazioni: «La parte scavata, adatta a farci crescere i carici,182 è immagine del turpe adulterio; l’erba tagliata è immagine del matrimonio, mentre la terrazza fiorita di violette è immagine delle vergini: coperta di erba folta, produce foraggio abbondante; ricoperta di fiori è un omaggio a Dio, più preziosa delle gemme, più splendente della porpora». 

Martino convince un exsoldato a non lasciare la vita monastica parlando del ruolo delle donne 

vv 387- 404 In un’altra occasione un soldato che aveva abbracciato la vita monastica dopo aver deposto il cinturone183 e desiderava trascorrere il resto della sua vita assieme alla moglie, cambiò parere e intraprese una via migliore per affrontare il passaggio. Fu Martino che, ricorrendo alla sua autorità episcopale, lo convinse con questi argomenti: «Non è opportuno che un combattente sia unito ad una donna perché, al momento di affrontare combattimento, è solo il coraggio virile ad aiutare. Che la massa più debole rimanga all’interno delle mura e che il sesso debole si tenga al riparo dietro al muro di cinta. Alla donna, che è nata per aver paura, solo la paura è riservata. Un soldato valido per la battaglia deve andare in combattimento col suo elmo in testa, splendido per la scintillante maglia della triplice corazza, con le spalle ben protette dalla lorica, appoggiato sulla lancia, abile a manovrare lo scudo e a recare offesa con l’arco; ora deve saper vibrare la spada, ora scagliare il giavellotto, mentre il sudore scorre a fiumi sotto il peso della tunica di ferro». Blandendolo con queste parole convince il giovane a rinsavire: egli lascia la moglie e aspira ad ottenere la corona184 tornando alla vita eremitica. 

Martino ha visioni angeliche 

vv 405- 414 Di discorsi come questi, arguti ed edificanti insieme, Martino ne faceva moltissimi: impossibile recuperarne la lista o annotarli per iscritto. Chi potrebbe esaminare in dettaglio ogni particolare della vita del santo, quanta fede c’era nel suo animo, quanto alti e puri fossero i suoi propositi? Lo andavano a visitare non soltanto uomini provenienti da lontane contrade, ma anche, con affetto, le potenze angeliche. Spesso cori angelici si presentavano davanti a lui per incoraggiare il loro stanco amico con parole di tranquillità e per dare forza al loro padre in un abbraccio, per così dire, di parole. Il racconto che segue (si riferisce a fatti accaduti precedentemente) lo prova. 

Martino non partecipa al sinodo di Nîmes ma un angelo lo tiene informato di quanto vi si dice 

vv 415- 429 A Nîmes185 era stato convocato un sinodo di vescovi al quale il santo vescovo si era rifiutato di partecipare. Egli si preparava a salire su una barca e scendere il fiume186 seguendone la rapida corrente: perfino quando stava in mezzo alla gente quell’eremita preferiva appartarsi: lui era seduto a poppa, mentre tutti i suoi, separati, stavano a prua. Era proprio il giorno in cui l’assemblea si era sciolta ed ecco scendere sulla barca, portato dalle sue ali, un angelo del Signore: gli racconta per filo e per segno le decisioni prese dai vescovi: ha assistito al sinodo al posto di Martino e, per soddisfare ai suoi desideri, ha attraversato lunghe distanze nel cielo. Sorretto dalle sue ali durante il viaggio nel cielo, non si è affaticato, ma è velocemente volato fino a lui per recargli le ultime notizie. È il Signore che gliele invia perché non vuole che a un amico resti nascosto qualcosa. Tutte queste parole, esattamente come l’angelo le aveva riferite a Martino, trovarono in seguito conferma: le predizioni si dimostrano vere e le rivelazioni non inducono all’errore. 

Le vergini Maria, Agnese e Tecla appaiono a Martino, come anche Pietro e Paolo 

vv 430- 454 E infine ecco cosa accadde un giorno in cui Severo187 e il suo compagno Gallo (allievi e devoti servitori di Martino) stavano seduti fuori della sua porta: la cella del santo si riempì di un mormorio diffuso e la porta rimase chiusa per due ore. Si sentiva parlare ma i discorsi erano incomprensibili. I due sentivano sì un brusio, ma le parole pronunciate erano inintelligibili. E fu certo un privilegio aver percepito dei suoni soprannaturali, averli potuti sentire anche senza comprenderne il senso. Ed ecco che il santo esce dalla sua cella, ancora più sereno. Sulpicio lo interroga a lungo su quanto è accaduto; Martino non si lascia smuovere da quelle richieste ma alla fine racconta ogni cosa per filo e per segno. Il santo spiega che sono venute a parlare con lui Agnese, Tecla e Maria188 ; delle sante descrive i tratti e l’aspetto, la loro figura, gli occhi, le gote, i piedi, le mani, il petto, il portamento -a tal punto era limpida la luce in cui gli capitò spesso di vedere i tratti delle sorelle- il colorito che avevano e quanto erano belle, il loro fascino e la loro grazia. Si erano scambiati parole e saluti di pace: poi Martino era tornato dai suoi confratelli, esse dalle consorelle, lui camminando sulla terra, loro in volo. Ebbe poi spesso il privilegio di incontrare tranquillamente Pietro e Paolo, culmine del gruppo degli apostoli, colonne portanti. E spesso sostenne anche combattimenti contro i diavoli che egli costringeva a fuggire chiamandoli ognuno col suo nome. Riferiva che la più perniciosa era la presenza di Mercurio, mentre ricordava che Giove era considerato una bestia stupida. Venanzio si rivolge a Martino e ne tesse l’elogio assieme a quello di Roma e della cristianità. 

Lo prega poi di aiutarlo a ottenere indulgenza per i suoi peccati 

vv 455- 528 O sguardo limpido, che nessuna nebbia può velare, spirito illuminato dalla saggezza, capace di una serenità senza nubi, i tuoi occhi umani possono vedere Tecla nel cielo. E vedi Agnese con la fronte cinta da corona, e guardi Maria che risplende su tutti nella sua luce preziosa. Tu hai visto il tempio del Signore appoggiato su un diadema, hai visto il talamo dello Sposo -lo sposo più bello di ogni altro- costruito di gemme e decorato di oro e porpora. Com’era il diaspro ai piedi del letto e il topazio che gli era vicino? E, alle sue dita, gli splendidi anelli verdi e sfavillanti? E i braccialetti di ametista color di fiamma al suo braccio destro? E la sua cintura da cui si irradiava lo splendore delle pietre preziose? E com’era la sua lunga veste traforata e incrostata di piccole pietre levigate? E il mantello che gli pendeva dalle spalle, intessuto di crisopazi frammisti a berilli? E l’elegante collana che brillava sul suo collo? Portava forse una benda di ametista tra i capelli color di neve? E, all’orecchio, una bianca perla con un sigillo cesellato? E portava un diadema dai mille riflessi cangianti? E la sua fronte? Com’erano gli occhi, la sua figura, le sue gote, i piedi, le mani, le braccia da dove si irradiavano i fuochi delle gemme riflesse nella prateria fiorita ?189 Racconta, buon pastore, alla tua pecora: quali argomenti esaminavate nei vostri discorsi? E cosa accadeva nei tuoi frequenti incontri con Pietro e Paolo, primi e fulgidi depositari del ministero di Dio, i più splendenti scrigni d’oro, impreziositi da gemme sfolgoranti? Quanta serenità, secondo te, brillava sul volto di coloro che per primi diffusero la dottrina di Cristo per il mondo, i primi a dire: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio Padre onnipotente che domina e troneggia nell’alto dei cieli.”? Su questa pietra è fondata e regna la Chiesa: non la smuovono i venti, non la abbatte il turbine tempestoso, non la trascina via, come sabbia fluttuante, la pioggia torrenziale: questa pietra viva rappresenta le fondamenta della nostra salvezza e contro di essa mai prevarranno le porte dell’inferno. E che diceva allora Paolo, tromba che risuonava ad ogni popolo, quando diffondeva per mare e per terra le lodi di Cristo, quando versava sull’Europa, sull’Asia e sull’Africa il sale del suo insegnamento? Ovunque arrivano i raggi del sole, lì è accorsa la sua parola190 : ha invaso Settentrione e Mezzogiorno, Oriente e Occidente, varca l’Oceano, ovunque ci sia un isola con un porto, fino alle terre dei Britanni, fino all’ultima Thule191 . Una sola tromba che ha suonato in ogni contrada. Istruiti dall’insegnamento di simili maestri, celebrano i doni che il Cristo ha dato, gli Ebrei, i Greci, i Romani, i Barbari e gli Indiani. L’Istraelita li canta, e così fanno l’Ateniese e il Quirite, grazie a questi due principi della fede, sotto il principato di Roma, la città che ospita in due celebrate tombe le spoglie mortali degli apostoli192 . Essi occupano entrambi il primo posto sulla terra, entrambi il primo posto nei cieli: identico valore avevano la loro parola e il loro insegnamento, con identica dignità occupano il seggio curule. Entrambi trionfano e spargono sempre nuovi doni su tutta la terra: il santo martirio li fece entrare insieme nel cielo dei beati nello stesso giorno193 : i due consoli segnarono la data dell’era della salvezza194 . Dai loro volti si spandeva una identica luce così radiosa che la luminosità del loro viso superava quella dell’astro mattutino. Nemmeno il fulgido disco del sole brilla così intensamente! O occhi colmi di dolcezza, nel momento in cui tu osservi le figure di questi beati! Hai visto Sion e la serie delle sue dodici porte [hai visto Sion e le sue dodici porte folgoranti195 ] che l’Onnipotente ama più di tutti i templi di Giacobbe196 : le porte sono ornate dallo splendore cangiante delle pietre preziose, sono ricoperte di lamine d’oro, recano smeraldi artisticamente incastonati, luccicano di crisoliti, sono costellati di perle bianche. La grazia vi ha sparso sopra a profusione tutti i tesori dell’amore e, alla sommità di ciascuna, brilla uno splendido topazio dai mille colori: attraverso queste porte i popoli, le nobili genti questo regno, entrano nella città celeste, in virtù dei loro meriti e vi dimorano per sempre, arruolati fino alla fine dei secoli nelle liste dei cittadini del cielo. Tra questi grandi e queste eccelse e sublimi potenze, unito ai nobili patrizi e ai consoli, tu, Martino, siedi vicino al Re, senatore, cui la fede ha fornito le armi, cui il tuo Re è fiducia, soldato, cliente per amore, fatto coerede della sua gloria. Tu che hai il potere, io ti prego, chiedi perdono per i miei peccati, ascolta ciò che mormora una lingua piena di difetti, affinché dalla santa sorgente scorra indulgenza sulle mie ferite: grazie alle tue preghiere, o santo Martino, possano le mie piaghe cicatrizzarsi e guarire.

San Martino Protettore

San Martino è patrono e protettore di : albergatori, animali domestici (in particolare oche e cavalli), astinenza (di chi la osserva), banditori, bottai, campi e raccolti, cappellai, cavallerizzi e cavalieri, ciabattini, conciai, detenuti, fabbricanti di cinghie e cinture, fabbricanti di maioliche, fabbricanti di spazzole, fanteria, mense (addetti alle), mercati (coloro che vi commerciano) mugnai, pastori, poveri e mendicanti, sarti, soldati, tessitori e vendemmiatori, viticoltori, protegge da dissenteria, erisipela, eruzioni e morso dei serpenti.

San Martino Vs. di Tours

San Martino

Orario SS Messe

Feriali
(da lunedì a sabato) = Chiesa di S. Giuseppe
ore 18,00 (ora legale fino alla fine di giugno)
ore 18,45 (luglio e agosto)
ore 18,00 (settembre e ottobre)
ore 17,30 (ora solare fino alla fine di marzo)
Festive 
ore 8,30   Chiesa di S. Agostino
ore 10,00 Chiesa di S. Giuseppe
ore 11,15 Chiesa di S. Martino

Tempo di Avvento - Incontrare Cristo Gesù


E’ iniziato il Tempo di Avvento, tempo di attesa della venuta di Gesù.
Cristo Gesù è venuto nel tempo e nella storia dell’uomo da due millenni e di questa sua venuta facciamo memoria nel Natale; ma l’attesa di Cristo ci proietta verso la sua venuta finale e gloriosa come giudice della storia e dell’uomo. Quindi la nostra attesa e impegno di vita ora è rivolta a questo incontro finale.
Ma ciò che conta è fare dell’Avvento l’occasione propizia per conoscere e accogliere Gesù Cristo in noi. Al Signore sta a cuore che ogni singola persona cammini incontro a Lui e faccia un’esperienza personale di Cristo. L'Avvento

A tutti voi auguro la scelta giusta e un cammino vero e sincero incontro a Cristo.
Auguri di un “ Santo Natale ” !

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