Fortunato riprende a navigare: sulla sua nave carica il santo fardello del racconto martiniano

vv 1- 10 Da tempo, ormai, ho ammainato la vela dall’albero maestro. Il mare si calma e il nocchiero riprende forza; il carico, ridotto dopo la prima parte del viaggio, diviene più leggero al trasporto. Ormai ho concluso la prima parte della mia narrazione e ora isso le vele al vento, perché una leggera brezza mi invita a riprendere la navigazione. Spirito che voli alto siimi propizio, gonfia le mie vele, non consentire che i venti sfavorevoli flagellino la mia fragile imbarcazione. Che la mia prua porti Martino, sacro carico del navigante, dolce potenza, salda speranza della navigazione. È leggero il peso per chi ama, lieve il carico della merce anche se lo dovessi trasportare a braccia. 

Martino guarisce la figlia di Arborio119 , e Paolino 

vv 11- 43 Ciò che egli tocca con la sua mano (o anche solo se è lui ad essere sfiorato da qualcuno) dalle sue dita scaturisce potente, la guarigione, e dall’unghia cola un unguento. Perfino le nobili frange della sua povera veste, se mai a qualcuno capita di toccarle, dispensano generosamente la salute. È dall’acqua di questa fonte che viene arrestata una emorragia, è lo scorrere di quest’acqua che dissecca il fluire del sangue. Guarisce il malato che riesce a rubare -furto che reca guarigione- un filo. E, all’insaputa del medico, la malattia pone fine ai suoi attacchi. 
Il giudice Arborio un anziano prefetto, era afflitto dal cruccio di una figlia gravemente ammalata di febbre quartana: aveva provato ogni cura ma nessuna si era dimostrata efficace per la fanciulla, quando una lettera inviata dal santo placò la febbre. La fanciulla era distesa e Arborio posò sopra di lei la carta: questa, asciutta, fece scorrere il sudore e l’ardente febbre fu fatta uscire da ogni parte del corpo. Il cielo era sereno, non un fiocco di nubi che potesse portare un po’ di pioggia, e tuttavia la fiamma del fuoco fu spenta dalla rugiada dell’inchiostro. Come si legge nel secondo libro di Mosè degli Ebrei, la pagina stese una nube, a difesa dalla tortura del calore120. Che mirabile medico, capace di guarire con una sua lettera! Questo era il suo modo di operare quando non poteva esserci di persona. La fanciulla fu presentata da Arborio al generoso Martino, perché fosse consacrata dalla stessa mano che le aveva salvato la vita. Che situazione felice: grazie alla sua verginità, la fanciulla fu salvata due volte. Martino la rese a suo padre e costui al padre celeste. E Arborio ottenne così, da un solo medico, una duplice guarigione perché sottrasse la sua amata discendenza a due pericoli mortali121 . 
Paolino122 aveva un occhio offuscato da una densa nebbia: Martino gli impose le mani, un raggio acuminato lo penetrò, la nebbia sparì, il fulgore del giorno tornò a brillare: non più il volto di un guercio, ma lo sguardo di un uomo che brillava da entrambi gli occhi. 
Dalle dita di Martino stillava l’unguento della luce, il cui contatto portò la salute meglio di qualsiasi collirio.

Martino è a sua volta prodigiosamente guarito 

vv 44- 57 Un giorno toccò a Martino stesso di cadere dalla cima di una scalinata; ruzzolando di gradino in gradino, si ferì al capo e al volto, rotolò più e più volte lacerandosi in ogni parte del corpo. Mentre lui, guaritore di tanti, giaceva nella sua cella dolorante per le ferite, nella notte che avrebbe dovuto portare riposo, scese dal cielo, vigile, un angelo del Signore e gli si posò accanto. Tasta ad una ad una le ferite di Martino, le palpa, sfiora tutto il suo corpo con la mano: ne rinfranca il passo, cancella le piaghe già purulente, le fa sparire tutto ad un tratto. La pelle, lacerata dai sostegni dei gradini, torna uniforme e sana su tutto il corpo. Si presenta il giorno dopo, guarito, col corpo perfettamente risanato, prova viva e testimonianza dell’intervento angelico. 
Certo, non era possibile che il santo fosse a lungo afflitto da quei patimenti che egli mai aveva consentito che affliggessero crudelmente gli altri. 

Martino partecipa al banchetto dell’imperatore Massimo 

vv 58- 121 Non posso tacere questo fatto, tra i più clamorosi degli eventi occorsi al santo. L’Augusto Massimo, assurto alla massima dignità avendo ucciso l’imperatore123 e orgoglioso della strage di suoi concittadini, si era impossessato dell’impero con le armi. Reggeva dunque senza alcun ritegno le redini di un potere illegittimo, i vescovi lo compiacevano con il loro lassismo e la loro adulazione, un cerchio di clerici si muoveva ad un minimo cenno del principe. All’arrivo di Martino, tuttavia fu Massimo in persona a pregare il santo di essere suo commensale. Martino aveva già più volte rifiutato, ma alla fine l’Augusto ottenne di avere il beato alla sua mensa. Fu una gioia per tutto l’impero e un conforto per la città il fatto che una corte terrena accogliesse un convitato celeste. 
Convengono i notabili, il prefetto, il console, i magistrati che facevano a gara per essere invitati e per partecipare al banchetto dell’imperatore: interessa poco Massimo, piuttosto vogliono vedere il comportamento del santo. 
Il mondo intero freme e si infiamma per soddisfare i desideri dell’Augusto, reca ogni ricchezza e ogni delizia. Ecco ciò che possiedono l’Indiano, l’Arabo, il Geta, il Trace, il Persiano, l’Africano, l’Iberico; ecco ciò che offrono il Mezzogiorno, il Settentrione, l’Occidente e l’Oriente; ecco i prodotti che abbondano nelle regioni da cui spirano Borea e Aquilone, Libs e Circius, Austro ed Euro, e là dove scorrono Geon e Fison, Tigri ed Eufrate e poi il Reno, l’Atace, il Rodano, il Tevere, il Po, l’Istro e l’Oronte; ecco tutti i pesci del mare, tutti gli uccelli del cielo, tutti i frutti della terra. E poi mosaici, le gemme, le pietre, i ceselli e i profumi. E poi ancora i vini di Falerno, Gaza, Creta, Samo, Cipro, Colofone, Seraptide124 ; vini così limpidi che sembrano avere la stessa luce di una pietra preziosa e coppe così trasparenti che sembrano un’unica cosa con le bevande; qui un calice bianco come neve muta colore al mutare dei vini e là si crede di bere Falerno ma è la coppa a dare al vino il proprio colore. La mensa è decorata da sete con ricami fioriti, così raffinate che sembrano filate da Aracne e vengono distese seriche tovaglie intessute con fili purpurei. Sui letti sono gettate coperte di porpora, e sulla porpora brillano fili d’oro mentre ogni tessuto luccica delle pietre preziose di cui è decorato. 
Infine i valletti, tutti ugualmente giovani e tutti ugualmente appariscenti: ognuno ha un abito diverso, tutti sono allo stesso modo eleganti. Ogni cosa che possa essere espressa dal linguaggio umano, ha potuto essere recata ai piedi dell’Augusto. Secondo il protocollo imperiale, tutto questo fasto è preparato per Martino il quale, appagato dal poco, si sarebbe accontentato di una sola di quelle ricchezze. L’Augusto si sdraia e assieme a lui si sdraiano i senatori. Quindi si sdraia sul letto, appoggiandosi sul venerando gomito, il prete125 mentre Martino si siede a lato dell’Augusto su una stretta sedia. 
Il servitore porge la prima coppa a Massimo, il quale ordina che sia offerta al santo: voleva, l’Augusto, essere proprio lui a ricevere il calice da Martino e bere così per secondo. Martino prende la coppa che gli viene offerta, ne beve un sorso piccolo -è alla fonte di Dio che egli preferisce dissetarsi- e poi, trascurando il principe, offre ciò che resta della bevanda al prete, consapevole che lui ne è più degno. 
Ne resta esterrefatto l’Augusto, e con lui i notabili, i convitati, i servitori: si giudicarono ed ebbero la misura della propria inferiorità. 
La notizia di questo fatto corre per tutto il palazzo: per il santo l’Augusto era un convitato meno importante del prete. È una voce compatta: proclama che Martino ha osato fare davanti all’imperatore ciò che nessuno avrebbe osato fare alla mensa del più basso magistrato e perfino la folla dei cortigiani si vergogna a negare il fatto. Se per caso Martino voleva chiedere all’imperatore qualcosa in veste di supplice126 , ora è lui a dargli degli ordini. E inoltre predice all’Augusto la sua sorte futura: avrebbe raccolto buone messi, ma subito dopo, portando la guerra in Italia e attaccato da Valentiniano, avrebbe dovuto subire dei rovesci. 
Quando, dopo una prima vittoria, il tiranno Massimo ebbe a soccombere e morire presso Aquileia, la bilancia inclinò dalla parte delle parole pronunciate da Martino. 

Martino conversa con gli angeli (i quali lo vorrebbero in cielo) e riconosce i demoni 

vv 122- 140 Spesso si vedeva Martino intrattenersi con gruppi angelici: un orecchio umano era in mezzo alle schiere degli angeli. Egli veniva salutato dalla loro voce oppure era lui a rivolgersi con un cenno a questi principi alati discesi attraverso l’aria sottile127 : essi, in colloqui affettuosi venivano a consigliarlo su come comportarsi. Gli angeli volevano rapire dalla sede terrena e portare in cielo un padre, un fratello, un concittadino -si potrebbe quasi dire- nei secoli dei secoli. Essi si rivolgevano a lui e gli ponevano delle domande con infinito amore: cosa faceva sulla terra un’anima monda di ogni peccato? Che dalla terra sulla quale non era che un pellegrino in cammino, un ospite, salisse dunque al cielo. 
Tutte le apparenze e le figure bugiarde del demonio, tutte le forme sotto le quali si poteva nascondere colui che si era ribellato a Dio128 , si rivelavano immediatamente a Martino, il cui sguardo era di tale acutezza che nessuna falsa immagine riusciva a trarre in inganno i suoi occhi. Per quanto varie fossero le apparenze sotto le quali il diavolo si nascondeva, era nudo davanti al santo. Non esisteva schermo che valesse a coprirlo, non c’era illusione che potesse sostenere i suoi imbrogli: inviluppato nelle sue stesse trappole, vomitava furiosi insulti contro il beato perché, quando l’inganno viene smascherato, al nemico non resta che scagliare insulti. 

Il diavolo uccide un mandriano 

vv 141- 161 Una volta un diavolo si presentò nel ricovero di Martino: aveva in mano un corno di bue coperto di sangue, ed era a sua volta tutto insanguinato. Irrompe nella cella del santo e gli racconta una storia ripugnante: «Dov’è finito il tuo potere Martino? Guarda qui, gli dice, io mi sono appena servito di quest’arma per uccidere uno dei tuoi. La mia preda, catturata grazie ad una bestia del gregge129, ora è lì che giace e quest’arma vibrata da un bue ha commesso il delitto scellerato. La tua disgrazia è vita per me, e godo quando ti vedo scoppiare in lacrime». 
A queste parole, subito Martino convoca tutti i frati e riferisce loro ogni parola pronunciata dal crudele avversario, preoccupato che il lupo non avesse portato via qualche preda dall’ovile. I monaci vanno alla ricerca del gregge e ne contano i capi: da quell’armento senza macchia non manca neppure il più piccolo degli agnelli. Manca soltanto un contadino, un mandriano pagato per portare dal bosco della legna da ardere. Martino ordina che si corra a vedere quale sia la causa di questa assenza: i monaci inviati lo trovano agonizzante, ormai all’ultimo gemito: con l’ultimo respiro che ancora gli erra nel petto, racconta l’aggressione: come un toro, sciolte le corna dal gioco, gli aveva trapassato il ventre. Poi, data la sua testimonianza, perde la vita e la voce. Ma il santo non si è lasciato ingannare da un simile imbroglio.130 

Il diavolo intensifica i suoi assalti a Martino

vv 162- 178 Ecco il racconto di un’altra serie di eventi straordinari. Il perfido nemico inventa mille modi per recare danno. Ora assumendo l’aspetto di Giove, ora quello di Anubi, oppure il portamento di Venere e, molto spesso, il volto di Minerva, con i suoi inganni cercava in continuazione di distogliere il santo dal suo rigore. Si presenta sotto forme sempre diverse: vuol far crescere –una simulazione dietro l’altra- la paura e generare, anche se senza motivo, il terrore. Sconfitto quanto a poteri, il diavolo cerca di combattere sul piano della scaltrezza. Ma Martino resiste impavido, sprezzando queste vuote minacce e brandendo contro il demonio l’arma della croce: scudo con il quale il guerriero blocca le frecce nemiche, dardo acuminato con cui si libera dalla macchina da guerra delle falsità. Spesso i ribelli a Dio cercano anche di far nascere dei tumulti contro il santo, intimorendolo col flagello della menzogna. Ma queste dicerie senza fondamento suonano come vuoti cembali e Martino si oppone, per nulla intimidito, all’offensiva delle minacce perché una roccia ben piantata non può essere smossa dal vuoto. 

Martino lancia un anatema contro il demonio e smaschera Anatolio 

vv 179- 277 Poi, tutto preso dal fiele del suo mortale veleno, il serpente perfido, orribile, violento, viscido, invidioso, provoca Martino scagliandogli dardi insanguinati: «Perché tieni con te dei monaci gravati dal peso di pesanti peccati? Perché il santo recinto del maestro accoglie un esercito di peccatori?131 Che questa masnada di peccatori non abbia a contaminare con le sue magagne la comunità del giusto e che il malsano contagio del vizio non abbia a estendersi anche agli altri! Essi hanno contaminato la santa acqua del battesimo, e, sommersi dal peccato, del battesimo hanno perso la grazia. E non può esserci una possibilità di perdono per coloro che avendo perso la giusta traccia, si sono smarriti132 : se è difficile risollevare una volta chi è caduto in una voragine, è impossibile restituire la verginità ad una donna deflorata. Chi è caduto in disgrazia non può rientrare nella grazia di Cristo». Martino rispose così alla furibonda violenza del demonio: «Sciocco mentitore, non riesci nemmeno a discernere cosa è bene per te, dannoso nemico di te stesso, tu ti rechi torto e ti perdi da solo. Se ora tu ti penti, se tu volessi tornare in te, se rinunci a istigare al peccato e ad attirare nell’abisso le anime, se smetti di usare i tuoi dardi per recare rovina agli altri, se infine -fatto giudice di te stesso- condannassi i tuoi errori, posso prometterti, fiducioso nella pietà di Dio, che Cristo avrà misericordia di uno sciagurato quale tu sei133 e ti concederà immediatamente la remissione dalle tue colpe. È per questo che il Redentore, dalla cittadella celeste, è disceso sulla terra: per strappare al peccato chi si è perduto, per impedire di perdersi a chi si sta perdendo. È venuto, lui mondo di ogni peccato, a lavare le nostre macchie e per guarire le ferite del mondo con le sue piaghe. I diversi momenti della sua passione furono pegno della nostra salvezza: gli sputi, la flagellazione, il mantello, il fiele, l’aceto, la lancia, i chiodi, la santa croce, la morte, il sepolcro e la pietra che lo chiudeva, l’inferno, le tenebre e il tiranno. In tre giorni sconfigge ogni nemico e torna, vittorioso, ai cieli: la sua discesa è pegno della mia ascesa in cielo. Non ha scelto di vendicarsi con la morte di chi ha peccato, visto che, con la sua sofferenza, ci ha dato i mezzi per salvarci». Ecco come il santo cerca di rendere mansueta la belva ribelle: il pastore promette al lupo che gli sarà concesso ritorno al buon ovile. E con quanta maggior forza dunque promette all’uomo -per lui Dio si è fatto uomo, è morto e risorto- che si schiuderà il tesoro di Cristo! Che amore e che fede profondissima, che dolce speranza nella promessa di recare soccorso sia a chi inganna che a chi sta per cadere nel peccato. Esprime il suo desiderio, Martino, pur non essendo in grado di porgere aiuto. Se non si possiede il potere, è sufficiente dimostrare la buona volontà: dona tutto colui che non nasconde il suo amore. Ancora un episodio. Claro134 , un adolescente dal carattere tranquillo, che si era attaccato a Martino, dopo aver lasciato suo padre e ogni suo bene, in poco tempo si segnalò per fede e virtù. Aveva stabilito il suo ricovero vicino a quello del vescovo, in un luogo cui convennero parecchi monaci per condividere quel tipo di vita. A questo gruppo si associò anche il monaco Anatolio135 , il quale, nella vita comunitaria, dimostrò dapprima la disciplina di un umile confratello. In seguito però, il suo animo ingenuo fu ingannato dall’astuzia del nemico. Prese a raccontare che un angelo celeste veniva a fargli visita e a rivelargli gli inaccessibili segreti del Tonante: a lui volavano con ala veloce i messaggi celesti e lui poi raggiungeva le nubi per recare la sua umana risposta. Insomma affermava che tra lui e Dio la strada era breve, si vantava di poter raggiungere i confini del cielo e, grazie alla conoscenza dei segreti divini, di essere diventato ormai un profeta. Tuttavia non riusciva, con le sue false affermazioni, a convincere Claro a fidarsi di lui. Così, furioso come mai lo si era visto, una volta Anatolio osò asserire che il Signore gli avrebbe inviato una veste dal cielo. Gli sarebbe stata portata nel silenzio della notte e lui avrebbe indossata: una prova per confondere chi si faceva beffe di lui. Diverse voci si alzano dal gruppo dei monaci, una attesa immotivata tiene in ansia la comunità. Il carro della notte ha quasi percorso la metà delle sue ore, piega le ruote, sta ormai girando attorno alla meta: all’improvviso sorge un grande strepito, il ricovero vacilla, la terra trema, il monastero è in preda alla confusione, rimbomba di voci, di rauchi mormorii, di parole miste a rumori. Sembra che falangi guerriere volino nel firmamento, che scorrazzi un rapinoso turbine di manipoli. Poi, quando nella comunità tanto turbata, torna la quiete e quando la tempesta cede il passo a pace e silenzio, Anatolio chiama subito vicino a sé uno dei monaci e gli mostra, pieno di orgoglio, una tunica bianca: rivestito di quel falso ornamento, si gonfia di un orgoglio che non ha fondamento. Bianco è il suo vestito, ma è nero il demonio che lo ha tessuto. Poi chiama gli altri, accorre anche Claro, tasta la veste morbida, bianca come la neve. L’ordito è di seta, in fili sottilissimi, ma al tatto, è impossibile rendersi conto della tessitura. I monaci trascorrono quella notte in veglia, intonando inni: nei cori risuonano i salmi accompagnati dagli accordi del flauto perché Colui che troneggia nell’alto dei cieli riveli la vera natura della veste che hanno davanti. Ormai l’auriga dell’Aurora sprona i cavalli la cui schiuma si fa rossa136 e anche il carro del sole fletteva le redini luminose: il giorno nuovo richiama i contadini nei campi. Subito Claro cerca di mostrare il monaco a Martino, consapevole che egli poteva svelare la vera natura di ogni visione perché, agli occhi del santo, a dispetto di tutte le maschere, appare un solo volto: davanti a lui l’ingannatore vede annullarsi ogni suo inganno. Fuori di sé, Anatolio comincia a fare resistenza, dicendo che a lui è proibito l’ingresso nell’ovile di Martino. Lo trascinano contro la sua volontà e lui punta i piedi. La veste bianca, opera del nero impostore, svanisce, il mantello si dissolve lasciando il monaco ignobilmente nudo, il falso simulacro scompare con le sue forme immaginarie. Fugge il demonio, atterrito al solo sentire il nome di Martino. 

Il diavolo appare a Martino nelle vesti del Cristo 

vv 278- 354 Il nemico è impotente, tenta imprese superiori ai suoi poteri. Il perfido, pur privo di forze e così tante volte sconfitto da perdere ogni fiducia in se stesso, agita le sue armi: lui, il decaduto, tenta la scalata al cielo. Vuole il vanto di aver fatto vacillare chi ha più potere di lui, vuole aumentare i propri titoli di gloria colpendo con le sue frecce il forte avversario. Una volta, mentre il santo vescovo giaceva disteso sulla nuda terra e indirizzava preghiere al Signore per la sua gente, si formò davanti ai suoi occhi la laida immagine del ribelle. L’apparizione era radiosa e risplendeva immersa in una luce sulfurea: tenebra travestita di luce, oscura voragine, fulgido nelle sue vesti, cortigiano in veste regale, coperto di lamine d’oro, cinto di un falso diadema -le mille luci delle gemme inserite mandavano lampi- possente nella sua veste ingannatrice, calzato di stivali intessuti d’oro, orgoglioso del suo lusso, altero nel suo superbo trionfo.137 A questa apparizione il santo resta esterrefatto, ricaccia indietro le parole, entrambi rimangono sdegnosamente in silenzio: uno guarda all’uomo con alterigia, l’altro guarda al superbo con disprezzo. Il primo a parlare è il nemico malvagio e temerario: «Ecco qui, Martino, ciò che da tempo tu vai chiedendo con le tue insistenti preghiere, ciò che tu piamente desideri. Io sono il Cristo, la tua gloria. Tu chiedi con forza che io venga a ritemprarti dalle tue dure fatiche, che rechi il conforto della vittoria alle tue gravose battaglie. Un re deve distribuire ai suoi soldati le giuste ricompense. Nel momento in cui mi accingo a scendere sulla terra, qui da te io dirigo i miei passi, perché il tuo cuore trovi ristoro dall’ansia e dagli affanni». Non si turba, il santo, e si rifiuta di rispondere. Guarda con disprezzo e tace: riflette e non si lascia sfuggire una sola parola. Il suo animo resiste, incrollabile; esplora le cime e gli abissi, non gira le spalle come porta sbattuta dal soffio del vento138 . Allora il viscido serpente ritenta l’attacco con i suoi velenosi sibili: «Esiti? Perché non credi a ciò che tu vedi con i tuoi stessi occhi? Io sono il Cristo, io che converso con te, io che parlo e mi degno di svelarti i segreti che appartengono al futuro. Non mi devi temere, la mia fulgida luce testimonia per me». Ma lo Spirito di verità acuì e incendiò la chiaroveggenza di Martino, gli aprì la via: niente più veleni occulti. Martino ora vede bene l’inganno del nemico serpente, è libero e forte, e parla con queste sante parole: «Non così ha detto il Signore che sarebbe venuto nel mondo. Non era avvolto in un mantello di porpora, né impreziosito da un diadema quando si presentò agli apostoli e parlò loro, colonne della fede. E quando il suo corpo carnale fu rapito in cielo; quando i venti si fecero ali per i piedi divini; quando l’aria, calcata dalle sante piante, si mise al servizio del suo re; quando, trasportato da mani angeliche, varcò come una folgore il cielo, penetrò l’aria sottile senza turbarla con i suoi passi, volò col suo passo lieve, attraversando e fendendo le nubi senza che il remo piumato delle sue ali vi lasciasse la minima traccia. Infine, l’angelo che apparve ai Galilei intenti a guardare verso il cielo, disse che Colui che troneggia in alto sarebbe tornato esattamente come era partito. E dunque io accetto ciò che è da accettare, ma respingo la disonestà di pessima lega139 . Questa non è l’insegna del mio re, ma la cittadella del tiranno. Voglio vedere le palme delle mani trapassate dai chiodi, le carni che recano le sante stimmate della croce, il fianco e il costato attraversati dalla lancia: da qui sgorgano i rivi di sangue che danno il battesimo, l’onda santa il cui rosso fiotto lava le macchie, generoso riscatto pagato dal redentore -che della redenzione ha pesato le monete con la bilancia della croce-, dal salvatore che ha riscattato tutto il mondo col tesoro del suo corpo, quando egli fu la gemma che da sola valeva quanti tutti i tesori. Voglio rivedere il salvatore nella veste della sua passione. Altrimenti, se non vedrò tutti questi segni, negherò che il Cristo sia tornato. Il vincitore infatti deve testimoniare e provare il proprio trionfo: solo le piaghe delle ferite possono rendere pienamente degni del trofeo». Ed ecco il nemico senza più armi, colpito e sferzato da quelle parole, flagello caduto dall’alto attraverso l’aria sottile. Torna ad assumere la sua forma abituale, si dissolve nel nulla; simile a fumo nell’aria limpida, scompare alla vista, vola via la labile immagine di quella umbratile figura. Costretto a scomparire, riempie la cella di sporcizia: da questi indizi lo si avverte, perché trascina sudiciume coi suoi passi e, nella sua fuga, ha per compagno il fetore. Non è bastata una sfavillante immagine ad ingannare Martino, e un vuoto splendore a spegnere l’irradiarsi della sua mente: era la notte più nera a nascondersi entro quell’involucro di luce. 

Umiltà ed insegnamenti di Martino 

vv 355- 375 Davvero: non era possibile che l’umile non avesse la meglio sul superbo, che un uomo così profondamente buono non costringesse alla fuga il malvagio, lui capace di domare i ribelli con le armi della pace. Era dolce140 e amabile, ed era bello e profondo il suo modo di amare: non pago di lavare i piedi al suo prossimo, era solito baciare e asciugare con la sua bocca quelli di un ospite appena arrivato. Chi giungeva si vedeva versare da lui stesso l’acqua sulle mani, servitore celeste desideroso di servire gli uomini: la mano soccorrevole lavava i piedi del peccatore al quale sarebbe bastato toccare una delle frange per ricevere la salvezza. Insegnava che si debbono fuggire le seduzioni del mondo e che al mondo devono essere distribuite le ricchezze personali, senza cercare di guadagnare nulla durante la vita. È necessario sbarazzarsi delle ricchezze se si vuole salire al cielo, non caricarsi del grave fardello di terreni e tesori, liberarsi di ogni possedimento se si vuole aspirare ad ereditare il cielo. La zavorra impedisce infatti di salire, obbliga a scendere, anzi. I pesi traggono verso il basso invece che condurre in alto. Chi sale un monte, vacilla sotto il peso di una fascina e il piede cede quando la soma è troppo gravosa. Il carico eccessivo fa affondare tra le onde la nave e, per raggiungere il porto, è necessario gettare a mare parte delle mercanzie. 

L’esempio di Paolino che si libera delle sue ricchezze 

vv 376- 390 Martino celebrava le gesta del nobile Paolino141 . Egli, eletto più tardi vescovo di Nola, rese famosa questa città italiana, sede del governo spirituale, nella provincia di Campania. Paolino era ricco di terre e dei prodotti che queste producevano, ben fornito di servi: rendite immense, antica nobiltà, elegante nell’eloquio. Quando conobbe la ricchezza della fede cristiana, si fece povero e distribuì il suo enorme patrimonio per redimere i propri peccati. Disperse i suoi beni tra gli uomini e si costituì un tesoro nei cieli, fece salire in cielo la terra pur con tutta la sua zavorra: anche restando in un solo luogo, la materia bruta può balzare fino alle stelle. Dunque Paolino aveva integralmente fatto suo il precetto evangelico e Martino spinge tutti a seguire l’esempio di un simile uomo che, nonostante le sue ricchezze, riuscì ad avanzare lungo un malagevole sentiero e a raggiungere, sbarazzatosi del suo fardello e libero, la città celeste. Servendosi di questo esempio egli sprona i suoi seguaci a mete più alte. 

Il ritratto morale di Martino 

vv 391- 445 Ora si deve anche dire quali parole fluivano dalla bocca di Martino. Con quanto rigore e quanta acutezza parlava della legge divina: non c’era problema che restasse senza soluzione per simile esperto di diritto sacro. Sapeva risolvere gli enigmi più difficili, distribuiva con larghezza la saggezza del suo spirito generoso perché beveva alla fonte perenne che alimentava il suo rigagnolo.142 Il suo era un eloquio affettuoso, risoluto e insieme amabile, pungente e diretto, piacevole per l’animo di chi lo ascoltava. Possessore del cielo in terra, durante le sue veglie egli parlava col Cristo e gli confidava le sue difficoltà e, esperto com’era nella santa arte di patrocinare le cause dei miserabili, davanti a quel giudice esponeva le lamentele degli sventurati. Difensore incrollabile, si dimostrava superiore ad ogni oratore, giurista, avvocato; abile dialettico ed oratore eloquente, moltiplicava le sue preghiere per addolcire il giudizio divino. E quanto efficace doveva essere la sua voce in difesa di vedove ed orfani, se bastavano i suoi silenzi interiori a bussare alla porta del cielo! Il suo spirito aveva Dio per fondamento e, senza macchia com’era, era vicino al cielo: non concedeva al suo corpo né ozi né svaghi e ogni suo dovere egli lo portava a termine quanto più velocemente poteva. Il suo riposo era Cristo, che serviva notte e giorno, e, quanto a cibo e riposo, gli era sufficiente ciò che appena soddisfaceva ai suoi bisogni corporali. Ultimo ad accostarsi al cibo, era sempre pronto alla veglia: sonno e pasti quando capitava (vi si sarebbe anche sottratto ma la carne ne ha bisogno per non consumarsi). Occupava il giorno e la notte in due mansioni, ripetute in continuazione: lettura a mezzavoce o preghiere che attingeva alla sua memoria e tutto il suo riposo consisteva nel cambiare occupazione. Quando usciva continuava sempre, nel suo animo, a pregare, alzando al cielo non gli occhi fisici, ma quelli del cuore. Mai menzogna alcuna albergò nel suo animo, e mai ne uscì alcuna dalla sua bocca. Privo di ogni macchia del mondo, Martino apparteneva in tutta la sua purezza al Signore: mai condannò qualcuno, mai restituì il male ricevuto e, se mai ebbe a recare offesa al prossimo, fu solo per caso. Se qualcuno inferiore a lui lo offendeva, egli rinunciava al piacere della vendetta e mai ebbe a spogliare un subalterno del suo grado. Pieno di carità anche verso i nemici, affettuoso con i giusti, indulgente con i peccatori: nessuno fu più estraneo di lui alla collera, al furore, all’allegria e alla tristezza. Mai la fronte offuscata da nubi, mai scrosci di risa dalla sua bocca: era sempre uguale se stesso, nel volto e nel colorito, di pelle e di cuore. Mai veniva meno a questo suo atteggiamento: pur restando nel suo involucro mortale, la sua immagine fisica emanava tuttavia qualcosa di immortale. Dio abitava nella sua bocca, l’amore nel suo spirito, la pace nel suo cuore. Se si prendeva minima cura di sé, spinto dalla misericordia, molto si occupava degli altri, al punto da superare l’ordine naturale e farsi angelo. In cammino verso l’alto, col suo spirito anticipava l’aldilà e, cittadino del cielo, raggiungeva le stelle, libero dal peso umano. Clamorosi erano i prodigi che operava e numerose la profezie sul futuro: ancora risiedeva sulla terra, ma era già intimamente legato al cielo e conosceva i misteri di Dio, quasi il consigliere di un amico, nel momento in cui rende partecipe delle cose più riservate un caro cliente. Per Martino il Cristo era amore, decoro e ogni cosa. Il Cristo era la sua gloria, il fiore e il profumo, il cibo e il sapore, sorgente, luce e strada. Nell’amore del Cristo egli era profondamente innestato e ancorato. Se ne nutriva: Martino è simile ad un albero che, nel prato, cresce vicino a dove scorre l’acqua; ricco in ogni stagione di fiori, rami, foglie e frutti, produce i frutti magnifici e perenni della vita eterna.143 

Il trionfo di Martino nel cielo 

vv 446- 467 Tra le schiere degli apostoli, i santi profeti, i cori dei martiri, gli eserciti luminosi del cielo, nel luogo in cui risplende questa armata condotta dal Re che non conosce sconfitte, in ogni squadrone, coorte, legione e in chi li comanda, nei soldati, nei conti e, di grado in grado, nei duchi e nei consoli, c’è chi risplende della sua candida toga, chi della sua fiammeggiante corona, chi della sua luminosa pretesta, chi del suo prezioso diadema. Gli uni recano la clamide, gli altri braccialetti adorni di topazi; da una parte brilla radiosa una cintura, dall’altra lampeggia la benda che cinge i capelli; uno esibisce l’eleganza della toga palmata, un altro la trabea144 : su tutto, la decorazione delle pietre preziose, dell’oro, della porpora e del bisso. I nostri occhi non vedono queste ricchezze del senato celeste. Ma tu, Martino, sotto l’autorità del principe del cielo, godi di questi tesori, ti unisci ai cori angelici e ai patriarchi, eguagli nei meriti gli apostoli, raggiungi l’altezza dei profeti, ti associ ai martiri da cui scorre la rossa onda del sangue, confessore fulgido, più candido di un giglio, circonfuso di luce purpurea145 , splendido e maestoso. Tu avanzi liberamente verso i celesti palazzi del Re, potente eroe, soldato che passi nell’esercito celeste146, cittadino dei cieli per l’eternità, alfiere che rechi lo stendardo della croce nobilitata dai tuoi trionfi147 : dolce Martino, il mio cuore ti deve venerare, la mia parola ti deve celebrare. 

Fortunato prega di poter essere degno cantore di Martino, dopo Sulpicio Severo e Paolino148 

vv 468- 490 Il primo a raccontare, in prosa, la vita di san Martino fu Severo, e poi la cantò in versi il santo Paolino, l’uno e l’altro brillanti biografi, capaci di volare alla tua altezza. E tuttavia entrambi sono stati messi in difficoltà dal soggetto davanti al quale la loro poesia è stata sconfitta. Io, oscuro come sono, oso mettermi accanto a tanta luce; io, piccolo tra i piccoli, tento di raccontare la grandezza di un grande: il mio piede vacilla, la mia bocca ansima in preda alla balbuzie, la mia parola è grossolana. Finisco insomma per disperdere ciò che dovrei radunare. Perdona alla mia lingua la colpa di aver cercato di raccontarti in questo mio scritto. Reca il soccorso della tua benevolenza ad un misero, la tua misericordia ad un miserabile. Quando verrà a giudicare il mondo il Reggitore che regna nell’alto dei cieli, tu ricordati di me e ottieni che sia dimenticata la mia cattiva opera. Assistimi, generoso mediatore tra me e il Signore: sciogli col tuo intervento il nodo del peccato con cui io stesso mi sono inviluppato. Che sia ben fondata la speranza di salvezza del povero Fortunato: io mi sono prosternato, supplice, davanti a te, o santo patrono, tu che guarivi con i tuoi baci salvifici le piaghe della lebbra, tu che riportavi all’inizio una vita ormai sulla soglia della morte, quando tu vivevi ancora nel fragile involucro della tua carne. Ora io ho bisogno che, in virtù del tuo affetto, tu mi porga orecchio con indulgenza: ben ascoltate sono le tue preghiere presso Colui cui tu appartieni ed Egli accoglie le tue richieste perché tutto accorda ai suoi amici. Possa il soccorrevole Re soddisfare ogni tua domanda.

San Martino Protettore

San Martino è patrono e protettore di : albergatori, animali domestici (in particolare oche e cavalli), astinenza (di chi la osserva), banditori, bottai, campi e raccolti, cappellai, cavallerizzi e cavalieri, ciabattini, conciai, detenuti, fabbricanti di cinghie e cinture, fabbricanti di maioliche, fabbricanti di spazzole, fanteria, mense (addetti alle), mercati (coloro che vi commerciano) mugnai, pastori, poveri e mendicanti, sarti, soldati, tessitori e vendemmiatori, viticoltori, protegge da dissenteria, erisipela, eruzioni e morso dei serpenti.

San Martino Vs. di Tours

San Martino

Orario SS Messe

Feriali
(da lunedì a sabato) = Chiesa di S. Giuseppe
ore 18,00 (ora legale fino alla fine di giugno)
ore 18,45 (luglio e agosto)
ore 18,00 (settembre e ottobre)
ore 17,30 (ora solare fino alla fine di marzo)
Festive 
ore 8,30   Chiesa di S. Agostino
ore 10,00 Chiesa di S. Giuseppe
ore 11,15 Chiesa di S. Martino

Tempo di Avvento - Incontrare Cristo Gesù


E’ iniziato il Tempo di Avvento, tempo di attesa della venuta di Gesù.
Cristo Gesù è venuto nel tempo e nella storia dell’uomo da due millenni e di questa sua venuta facciamo memoria nel Natale; ma l’attesa di Cristo ci proietta verso la sua venuta finale e gloriosa come giudice della storia e dell’uomo. Quindi la nostra attesa e impegno di vita ora è rivolta a questo incontro finale.
Ma ciò che conta è fare dell’Avvento l’occasione propizia per conoscere e accogliere Gesù Cristo in noi. Al Signore sta a cuore che ogni singola persona cammini incontro a Lui e faccia un’esperienza personale di Cristo. L'Avvento

A tutti voi auguro la scelta giusta e un cammino vero e sincero incontro a Cristo.
Auguri di un “ Santo Natale ” !

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